Una ricerca promettente: una mano “non solo bionica”

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«Nel bene e nel male, la disabilità credo mi dia un punto di vista privilegiato»

Con questa frase il dottor Giovanni Di Pino spiega la nascita del suo progetto Reshape: dedicato alla messa a punto di una mano bionica che possa essere percepita, dall’amputato, come “propria”, restituendo la sensazione che l’arto artificiale sia parte integrante del proprio corpo e del proprio essere.

Giovanni Di Pino, 36 anni, neurologo e ingegnere bio medico, si laurea in medicina all’ Università Campus Bio-Medico di Roma e dopo poco più di un anno un incidente sportivo lo priva dell’uso degli arti inferiori (limitando anche quello degli arti superiori) e lo costringe su una sedia a rotelle.

Il fatto che questo progetto nasca dalla mente di chi vive ogni giorno nella condizione di diversamente abile, lo rende ancora più interessante e speciale a mio parere, perchè coniuga la scienza con la vita reale, in una sinergia che spesso manca quando parliamo di malattia o di disabilità: chi meglio dell’attore protagonista può capire di cosa realmente ha bisogno?!

«Finora le mani bioniche sono state considerate principalmente come robot, seppur sofisticati, ma pur sempre robot»

Ma giustamente, afferma Di Pino, « la mano è molto più che uno strumento: è il ponte con cui creare relazioni con il mondo e avere una mano “solo” robotica, anche se perfettamente funzionante, ti fa percepire come diverso.

Voglio sviluppare protesi che le persone possano sentire non più come un corpo estraneo, ma come parte di sé, ottenere quindi un risultato che non dipende da quanto il robot sia performante da un punto di vista meccanico, ma da quanto faccia comprendere al paziente che non ha un arto diverso da quello che muovono le altre persone»

E vivere al meglio la diversità nella disabilità fisica è fondamentale per il benessere psicologico della persona.

Dopo un inevitabile periodo di shock e di stop, lui era uno sportivo e anche istruttore di arti marziali, Giovanni Di Pino decide di iniziare un dottorato in ingegneria biomedica, per unire le due professionalità di medico e ingegnere, figura che in Italia quasi non esiste, ma che invece all’estero è molto diffusa.

Da qui inizia a sognare il suo progetto per aiutare chi soffre di menomazioni fisiche: un sistema comunicativo che, coniugando ingegneria e neuroscienze, permetta di connettere direttamente il sistema nervoso della persona amputata con una protesi esterna. Di integrare la mano nella mappa del cervello, convincendolo che quell’arto sia esattamente come quello vero.

Giovanni Di Pino si è aggiudicato lo Starting Grant, un finanziamento che nasce con l’obiettivo di supportare ricercatori eccellenti in eccellenti progetti: del valore di 1 milione e 500 mila euro che, i 30 scienziati (tra cui vari premi Nobel) dell’European Research Council, hanno deciso di affidargli per il suo progetto.

Il consiglio europeo della ricerca è un’agenzia indipendente per il finanziamento in Europa della ricerca di frontiera, in tutte le discipline, dalle scienze matematiche, fisiche e naturali, all’ingegneria, alle discipline umanistiche.

Il progetto di Di Pino è diverso dagli altri progetti che hanno a che fare con la robotica, perchè sposta il punto di osservazione sulla persona: « Il problema – spiega infatti il giovane ricercatore – è che le protesi di oggi sono sì il frutto eccellente e sofisticato dell’evoluzione della robotica industriale, ma è importante chiedersi se l’amputato le considera come parte integrante del proprio corpo. La risposta è no: le protesi oggi rimangono comunque un corpo estraneo

Lui vuole arrivare a creare non una mano per suonare alla perfezione il piano, ma una mano per sentirsi a proprio agio, nella vita di tutti i giorni. E questo è possibile solo partendo dalle sensazioni e dai processi cerebrali umani.

Ce la farà?!

Unicampus.it per chi vuole approfondire

Fonte foto: Focus.it

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