Vajont, 50 anni dopo.

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Cinquant’anni fa in questo giorno un pezzo di montagna franava nel lago artificiale creato dalla diga del Vajont, a cavallo tra il Veneto e il Friuli Venezia Giulia. In quattro minuti un’onda enorme si abbatté sui paesi sottostanti, uccidendo quasi 2000 persone.

Sono numeri (li vediamo nell’illustrazione tratta da La Repubblica) che fanno gelare il sangue nelle vene.

9 Ottobre 1963, 22:39. Quattro minuti. Duecentosessantatre milioni di metri cubi di terra franati. Duecentocinquanta metri d’onda. Cinquanta milioni di metri cubi d’acqua. Millenovecentodieci morti accertati. Due volte l’energia prodotta dalla bomba atomica di Hiroshima.

Per quanto io mi sforzi, non riesco ad immaginare questa apocalisse di vento, acqua e fango. E ancor meno riesco ad accettare che tutto questo possa essere successo a causa della sorda prepotenza umana.

La storia è quella di un iter che nelle sue falle e nelle sue leggerezze ricalca purtroppo tanti altri, con un tragico epilogo legato sì ad un evento naturale, ma un evento prevedibile, il cui rischio fu volutamente trascurato.

Perciò oggi lascio da parte le vignette per raccontare la storia di questo luogo che mi è vicino (geograficamente) e lontano (temporalmente) al tempo stesso. Un luogo che conserva ancora oggi la memoria spettrale di quel disastro.

È il 1926 quando la Società Adriatica di Elettricità (SADE) progetta per la prima volta un impianto idroelettrico per sfruttare le acque del fiume Vajont. Dieci anni più tardi viene sottoscritto il progetto esecutivo per la diga. Il livello dell’invaso viene progressivamente innalzato: l’idea è di collegare i diversi impianti del bellunese e di sfruttare al massimo il loro potenziale energetico. Nel 1943 il progetto del cosiddetto Grande Vajont viene approvato dal Consiglio superiore dei Lavori Pubblici, malgrado l’assenza numero legale, e 5 anni più tardi un decreto del Presidente della Repubblica conferma la concessione. Le previsioni di ulteriore innalzamento dell’invaso portano le prime perplessità tecniche: i versanti del bacino non sono stabili. Proseguono anche le proteste degli abitanti di Erto e Casso e le denunce di Tina Merlin: i sondaggi preliminari sulla tenuta della roccia hanno danneggiato case e terreni, e l’espropriazione delle terre priva i paesi montani della loro unica vera risorsa.

Nonostante manchi l’autorizzazione definitiva alla costruzione e il progetto sia contestato su più fronti, all’inizio del ’57 i lavori hanno inizio; un anno più tardi viene nominata una discutibile Commissione di collaudo che non metterà mai in dubbio la sicurezza della diga. È il 1959 quando il geologo Semenza, figlio del progettista e coinvolto nelle verifiche geotecniche, denuncia invano l’esistenza di un’enorme frana sul Monte Toc. Le indagini sulla tenuta dei versanti non sono neanche terminate quando si procede con un primo invaso, che provoca varie frane, di cui una di dimensioni tali da destare notevole preoccupazione tra gli abitanti dei paesi vicini e da costringere la SADE ad abbassare il livello dell’acqua.

Anche di fronte all’allarmante rapporto conclusivo fornito dal geotecnico Muller, che afferma l’inarrestabilità della frana e la necessità di controllarne almeno la velocità di caduta, la SADE si ostina a minimizzare il rischio. Viene costruita una galleria che dovrebbe permettere all’acqua di defluire senza pericolo in caso di cedimenti e vengono commissionati una serie di esperimenti parziali sulle loro possibili conseguenze. Oggi sappiamo che tali esperimenti furono condotti su dati volutamente errati; i risultati, falsamente rassicuranti, non furono comunque mai presentati al Ministero competente.

Nell’ottobre del 1961 ha inizio un secondo invaso non autorizzato, che provoca un ulteriore cedimento. La diga viene inaugurata il 17 Ottobre, ad esperimenti ancora in corso. Nell’aprile del 1963 il terzo invaso porta il livello dell’acqua a 710 metri. Il movimento del versante franoso si fa evidente e sempre più veloce quando a Luglio gli impianti passano all’Enel: i terreni dei paesi vicini tremano da tempo, le acque torbide tradiscono lo sgretolarsi dei terreni circostanti. A nulla valgono nei mesi successivi le proteste e gli allarmi lanciati dai Comuni interessati per le ripetute scosse e le deformazioni del terreno: l’Enel risponde negando il pericolo, ma fa comunque effettuare un svaso veloce per portare l’acqua a quello che dovrebbe essere il livello di assoluta sicurezza, 700 metri. Calcolati però sulla base dei dati errati forniti anni addietro. Malgrado i solleciti, il Ministero non avvia alcuna procedura di verifica: il geologo competente è in malattia, il direttore dei lavori è in vacanza. Nei due giorni che precedono la tragedia sui versanti del lago artificiale vengono sfollate alcune case. Purtroppo non basta.

Alle 22:39 del 9 Ottobre la parete del Toc (che in dialetto significa marcio, ad indicare come la franosità del terreno fosse nota da tempo) cede all’improvviso. Un’ondata d’acqua travolge Erto e Casso, sulla sponda opposta del lago. Un’altra onda, immensa, scavalca la diga. Si gonfia di terra, di rocce, di alberi e travolge uno dopo l’altro i paesi sottostanti, distruggendoli. La diga invece regge; è lì ancora oggi, muta e grigia nei suoi oltre 260 metri di altezza.

Silenzio, morte, disperazione e poi ricostruzione, accuse, giudizi, sentenze. Cinquant’anni che non bastano a rimarginare le ferite di una valle devastata dalla leggerezza della politica e dall’inaccettabile approssimazione votata al profitto. Del Vajont si è parlato comunque troppo poco finché l’angosciante ed efficacissimo spettacolo teatrale di Marco Paolini – trasmesso dalla Rai nel 1997 – non lo ha riportato all’attenzione di tutti.

Merita rivederlo oggi perché la storia del Vajont assomiglia a tante altre storie del nostro Paese odierno: storie grandi e piccole che ruotano attorno a potere, vergogna, leggerezza, avidità, presunto progresso. Merita rivederlo, perchè è lungo sì, ma ti cattura e ti fa ridere e poi rabbrividire e piangere. Perchè a sentire certe cose si stenta a credere che siano vere. Perché i piccoli passi che portarono alla tragedia del Vajont ci parlano di un’Italia martoriata ancor oggi dal dissesto idrogeologico, dall’abuso edilizio, dalla gestione irresponsabile dei rifiuti, dall’autorizzazione avventata di impianti ad altro rischio, dal disprezzo della sicurezza, dall’abuso ambientale, dalla corsa al profitto a tutti i costi, dall’indifferenza della stampa, dall’approssimazione che impera in tutti i campi.

Merita guardare, leggere, ascoltare per ribadire con convinzione che non è questo il progresso, e che non è questo il Paese che vogliamo.

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