Di meraviglie inesplorate. A due passi da casa.

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Viviamo nell’era del turismo di massa. Un’epoca in cui una sempre maggior fetta di popolazione può permettersi di viaggiare, imparare, ampliare i propri orizzonti. Un fenomeno impensabile all’epoca dei miei genitori – anche se quegli anni non sono poi così lontani.

Ma si sa, il tempo corre veloce e così quello che fino a 40 anni fa era un privilegio per pochi è oggi una possibilità alla portata di moltissime persone. Viaggiare è un’esperienza fantastica che permette di crescere, esplorare realtà diverse, ampliare le proprie vedute e perciò non posso che rallegrarmene.

Oggi tuttavia mi sono soffermata su un articolo che mi ha fatta riflettere. Si tratta di un articoletto corredato di foto suggestive: un breve elenco di nove destinazioni molto popolari, generalmente pubblicizzate come “selvagge” e genuine, ma di fatto prese d’assalto da turisti di tutto il mondo. La lista delle località in questione è significativa: un paesino sperduto del Laos, l’Ayers Rock in Australia, il nord di Bali in Indonesia, le Smoky Mountains negli Stati Uniti, il monte Everest, le cascate Victoria tra Zambia e Zimbabwe, Jaisalmer in India, la preziosa “perla blu” del Marocco, il Monte Fuji in Giappone. Si tratta di luoghi ricercati, spesso lontani, dal sapore esotico. Angoli meravigliosi di questo pianeta che tanto spesso bistrattiamo, salvo poi rimanere a bocca aperta dinanzi agli spettacoli unici che sa offrirci.

Ripenso al breve periodo passato in Norvegia, anni fa: monti ricoperti da spessi crostoni di ghiaccio blu, cascate cristalline che piombano maestose nell’acqua salata dei fiordi, l’aria fresca di montagna mischiata alla brezza del mare. Spettacoli che per mesi hanno suscitato in me stupore costante, facendo crescere prepotente la voglia di leggere, di imparare, di saperne di più. E che altrettanto rapidamente mi hanno resa insofferente alle centinaia di turisti che quotidianamente si ammassavano a 1500 metri di altezza, inseguendo le renne per scattare una foto, sgomitando per accaparrarsi sciocchi souvenir in plastica e lamentandosi per il sole incostante. Allora ad infastidirmi era il veder trasformato in parco giochi un luogo che avrebbe avuto bisogno di tempo per essere davvero svelato, compreso, apprezzato e che io per prima ho vissuto solo da turista.

Poi ripenso a quando – rientrata a casa – per la prima volta mi resi conto di sapere più della Norvegia che della mia minuscola regione. La decisione di esplorare quello che mi sembrava il semplice giardino di casa venne naturale a quel punto, e ora posso dire con certezza che non serve andare poi tanto lontano per godere di angoli incontaminati e vedute da fiaba, per ascoltare storie suggestive, per toccare la storia con mano o provare sapori nuovi. Questo non significa che viaggiare sia inutile, anzi: si tratta di un’esperienza fondamentale. Ma da allora il mio modo di guardare al resto del mondo è decisamente cambiato. Forse perché adesso so meglio da dove vengo, mi dico, e questo mi permette di apprezzare (e rispettare) ancor più tutto ciò che è nuovo e diverso.

Oggi nello scorrere le foto di quell’articolo sono stati altri pensieri a turbarmi. Innanzitutto la consapevolezza che molto spesso scegliamo mete lontane, ricercando in maniera quasi spasmodica l’esperienza “non turistica” ed illudendoci così di non essere turisti mordi e fuggi, ma viaggiatori (come talvolta piace assai sottolineare). Poi la certezza che così facendo in un qualche modo contribuiamo, pur senza volerlo, alla rapida trasformazione di questi luoghi da gemme preziose a carrozzoni commerciali, di fatto snaturandoli e rendendoli simili a tanti altri soggetti da cartolina. Ed infine la consapevolezza che nella maggior parte dei casi facciamo tutto ciò in totale buona fede, ansiosi di scoprire ciò che il mondo lì fuori può offrire, ma al contempo spesso tristemente ignari delle meraviglie che abbiamo dietro l’angolo, a casa nostra. Anche se forse nessuno – per fortuna o purtroppo – le ha mai inserite in un catalogo o svelate al mondo intero.

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