Anniken Jørgensen vs H&M. La storia di una fashion blogger e il web che vorrei.

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Non sono brava a truccarmi e non presto eccessiva attenzione a come mi vesto. Non che mi sia mai servito, in generale mi trucco poco e utilizzo quasi sempre gli stessi vestiti; ma un po’ di tempo fa per un’occasione importante desideravo un trucco un po’ più studiato e per questo – dopo svariati tentativi da autodidatta al termine dei quali assomigliavo più ad un panda che ad una signorina elegante – decisi di affidarmi al web.


Qualche clic ed ecco aprirsi davanti ai miei occhi una realtà che non sospettavo minimamente.

Lo sapevate? Attorno al make up ed alla moda gravitano una moltitudine di vere o presunte beauty guru, ragazze più o meno famose, più o meno esperte che gestiscono blog e canali Youtube, intrattenendo il popolo del web con tutorial di makeup, video outfit (eh?!) e vlog (uh?!) in cui condividono la propria vita di ogni giorno. Io non lo sapevo.

Alcuni di questi canali sono effettivamente curati in modo professionale e sono davvero utili se si è alla ricerca di qualcosa. Ma moltissimi altri sono di una superficialità quasi imbarazzante e quel che è peggio.. sono seguiti da migliaia di persone (per lo più ragazzine molto giovani).

Quello che mi disturba particolarmente di quest’ultimo tipo di canali è il consumismo sfrenato e ignorante che incoraggiano. Anche in Italia sono spuntati come funghi account Youtube e blog più o meno improbabili che propongono esclusivamente video haul (ndr: video in cui si mostra che cosa si è acquistato), outfit (ndr: abbinamenti di vestiti/accessori/trucco) e tutorial con prodotti ogni volta diversi dai precedenti. Si tratta evidentemente di un’attività piuttosto redditizia. Per come la vedo io, culturalmente devastante.

Intendiamoci: non c’è nulla di male nel voler trasformare la propria passione in un “lavoro” (come di fatto è per molte di queste “guru”), ma trovo agghiacciante che questa attività si basi sull’acquisto compulsivo di cose (cose, cose, cose) e che la maggior parte dei contenuti trasmessi quotidianamente alla platea (spesso adorante) riguardino esclusivamente tematiche superficiali quali lo shopping e che ne so.. per esempio le nuove linee di smalti per unghie.

Perciò oggi sono rimasta positivamente colpita dalla storia di una giovane fashion blogger norvegese, tale Anniken Englund Jørgensen, che dopo aver partecipato insieme ad altri due ragazzi (Frida Ottesen e Jens Ludvig Hambro Dysand) al documentario-reality Sweat Shop ed aver toccato con mano la realtà delle fabbriche cambogiane che producono gli abiti di colossi della moda low cost (uno su tutti H&M, ma anche Zara, Walmart, Primark, ecc.) ha deciso di utilizzare la propria popolarità per dare voce a chi questo canale privilegiato non ce l’ha: i lavoratori che materialmente cuciono e confezionano gran parte delle cose che indossiamo, in condizioni che ci sono tollerabili unicamente perché le ignoriamo.

Anniken è evidentemente rimasta molto scossa dall’esperienza fatta in Cambogia, e una volta rientrata in patria ha voluto avviare una campagna che provasse ad andare al di là del semplice impulso emotivo che suscitano le storie raccontate ad arte in un reality. Si è scontrata però con lo stesso giornale promotore dello show – l’Aftonbladet – che è giunto a proibirle esplicitamente di parlare della sua esperienza e a crearle il vuoto mediatico attorno. Grande la delusione della giovane, che ha esternato la propria frustrazione nel constatare come una grande catena di abbigliamento possa di fatto condizionare con il suo potere il più importante quotidiano della Norvegia. “Ho sempre pensato che nel mio paese ci fosse libertà di espressione. Mi sbagliavo.” – dice Anniken.

Grazie alla scelta di questa ragazza – che dopo mesi di censura ha deciso di rendere pubblica sul web la propria esperienza, facendosi promotrice di un boicottaggio mirato e suscitando finalmente la reazione dei vertici di H&M – il messaggio di denuncia ha cominciato a girare e dal web ha raggiunto da un lato la stampa, spesso restìa a trattare approfonditamente argomenti delicati come questo, e dall’altra molte delle persone che la seguono, che sicuramente adesso si faranno qualche domanda in più.

Di fatto Anniken non ci racconta nulla di nuovo e non è certo un’eroina, però è una goccia di consapevolezza in un mare di indifferenza. Per come la vedo io non è poi così poco: una minuscola goccia può generare onde.

Il messaggio è chiaro: fashion sì, ciechi no. Nel mondo superficiale, interconnesso, complicato in cui viviamo ciò che conta è essere consapevoli: dei nostri valori, della realtà che ci circonda, delle conseguenze delle nostre scelte. E poi agire di conseguenza, nei limiti delle nostre possibilità. Se lo facessimo tutti, sarebbe già un enorme passo avanti.. nonostante tutto.

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