Fumo negli occhi.

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Ieri sera - nonostante il sonno terribile - sono rimasta sveglia per guardare un servizio televisivo che mi interessava particolarmente. Un servizio che parlava di un luogo, sì, ma un luogo che in questo caso è solo punto di partenza per una riflessione al di là dei confini geografici.

Parlo ancora una volta della mia città, Trieste. Ne parlo perché è il luogo in cui sono nata e cresciuta, ma non fermatevi a questo: andate oltre questo nome, poiché non è di Trieste che voglio parlare. La città è un microcosmo, un involucro, uno dei tanti luoghi italiani pieni di potenzialità, ma sempre più abbandonati a se stessi.

Trieste è bella, ci siete mai stati? Bella da far male, per chi la conosce come me.

Trieste è bella sì, levigata dalla bora e accarezzata dal mare, cinta da alte scogliere bianche, abbracciata dal verde del Carso. Una piccola gemma stretta in una sottile appendice di terra, all'estrema periferia di questo nostro stupendo Paese. A Trieste è passata la storia, come in ogni singolo borgo italiano. La si legge nei severi palazzi austroungarici che come perle ingioiellano le Rive, questa storia. Nella lingua, nei suoi castelli, nella Piazza Unità aperta sul mare, nei resti romani, nelle chiese di ogni credo, nelle strade ormai deserte del Porto Vecchio, nelle ferite di roccia che si aprono sul Carso, nella vegetazione, nei caselli abbandonati al confine, nelle strette strade del ghetto. Nei ricami liberty che risalgono le facciate dei palazzi, sfumando nel cielo.

Appena più in là, in quel cielo, una nuvola di fumo. Anche lei ci racconta una storia.

La storia è quella della Ferriera di Servola, un complesso siderurgico nato nell'ormai lontano 1896 e sopravvissuto fino ad oggi. Non è cambiato molto, da allora, ed è sufficiente percorrere la superstrada o fare un giro nel tranquillo rione di Servola per ammirare (ed annusare) da vicino (vicinissimo!) questo enorme impianto la cui struttura ruggine e contorta fa pensare piuttosto ad un reperto di archeologia industriale. La chiamano l'Ilva del Nordest. È storia di oggi.

Non voglio entrare nel dettaglio, perchè a infilare e rigirare il dito nella piaga ci ha già pensato la brava Nadia Toffa, l'inviata de Le Iene che ha curato il servizio mandato in onda ieri sera (purtroppo molto tardi) e che vi invito a guardare. Riporto qui parole, pezzetti di frasi rubate al servizio, frasi che si captano quotidianamente al bar, sull'autobus, abbandonate tra le righe dei quotidiani locali.

A ridosso delle case. 450 dipendenti. Inquina più dell'Ilva. Idrocarburi cancerogeni. Benzo(a)pirene. A un chilometro dallo stabilimento ci sono serre e coltivazioni. Nel raggio di mille metri, decine di luoghi sensibili (scuole, asili, abitazioni, ospedale) che non potrebbero starci. PM10 quindici/venti volte superiori al limite di legge. Dati anomali che vengono occultati. Siamo come i topi, che sia adattano all'ambiente. Devi andare via, ma non per scelta. Quando l'odore non si sente è anche peggio, la diossina non ha odore. I fumi tossici vengono liberati di notte, perché così non si vedono. I veleni defluiscono in mare. Ci si ammala. E si muore. A volte di malattie e tumori che i minatori manifestano dopo venti anni, i polmoni pieni di carbone. Mai ufficialmente. La legge parla chiaro, ma nessuno la rispetta. Il diritto alla salute deve fare i conti con il diritto al lavoro. La Ferriera produce dai tre ai quattro milioni al mese.. di debiti. La mia vita conta niente se non ho lavoro. Se devo scegliere tra lavorare oggi, ammalandomi forse domani e non lavorare per stare male subito.. allora preferisco lavorare. Si parla molto, si fa poco. Ci sono "altri organi competenti".

Questo il riassunto di una storia lunga un secolo, la desolante cartolina da una splendida città sul cui destino pendono - come una spada di Damocle - l'annoso scaricabarile così tipico del nostro Paese ed il ricatto occupazionale di un'industria e di uno Stato che per decenni hanno evitato il confronto costruttivo e hanno invece tollerato infrazioni, abusi e danni senza mai imporre una regola sana ed una doverosa etica industriale. Questa la fotografia di una angolo d'Italia che lascia agonizzare la propria economia ed il proprio porto, assistendo ammutolito al degrado nelle strade, alla rovina dei suoi mervigliosi siti di interesse turistico, all'inquinamento del mare ed all'avvelenamento dell'aria in nome di una supposta crescita, di un benessere che è tale solo sulla carta, di regole ottuse, che soffocano ciò che è fertile e sano (industria compresa) mentre si ostinano a pompare aria e risorse in un anacronistico rottame.

Questa è la storia di Trieste, ma non solo. Io credo che questo rappresenti abbastanza bene tutto un Paese che non ha capito qual è il significato della parola sviluppo, e men che meno dell'aggettivo sostenibile. Un Paese teatro di guerre tra poveri, in cui si risparmia cento oggi ("non ci sono soldi" è l'argomentazione più diffusa) per ritrovarsi un anno dopo a dover spendere mille: in spese sanitarie, in ricostruzione, in risarcimenti, in manutenzione d'emergenza, in cassa integrazione. Un Paese in cui notizie come questa esplodono come bombe dopo anni di forzato silenzio, animano il dibattito e la polemica per un po', per infine ripiombare in uno sconsolante oblìo.

Allora forse il problema non è da ricercarsi solo nella mancanza di soldi. Il problema forse - dico forse per non dire certamente - si annida molto più malignamente nell'inerzia, nella mancanza di una chiara strategia di sviluppo, nell'incuria, nello sperpero, nell'abuso del territorio, negli ordinari scaricabarile, nell'incapacità di prevenire.. in un gioco di priorità che mortifica e deprime l'innegabile potenziale del nostro Paese.

E allora questa mattina, guardando un turista solitario che sulla riva del mare aguzzava lo sguardo per mettere a fuoco le montagne all'orizzonte, ho pensato che le cose cambieranno solo se ognuno di noi proverà a guardare un po' più lontano dell'oggi, del subito, e farà la propria parte: non solo pretendendo, ma anche ingegnandosi, dialogando, proponendo soluzioni. Insistendo nonostante le innegabili difficoltà di oggi, come un picchio sulla dura corteccia di un albero, fino a scalfire la superficie spessa di questo immobilismo e dare una nuova forma al domani, una forma migliore per tutti.

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