Social Street: la voglia di socialità che conquista le strade

Condividi su Whatsapp Condividi su Linkedin

Se ne contano circa duecento in tutta Italia. Sono le vie, le piazze, le strade che si sono proclamate Social Street: libere comunità di vicini di casa che decidono di conoscersi, riunirsi, aiutarsi, attivarsi.

La prima social street è nata a Bologna nel settembre del 2013: una scommessa venuta fuori per caso, dall’esigenza di un cittadino stanco di non conoscere neanche il nome del suo dirimpettaio. Ogni volta che Federico Bastiani racconta come è nata l’idea di creare una Social Street inizia descrivendo quella frustrante sensazione di chi si sente estraneo al luogo in cui passa ogni mattina uscendo di casa e a cui ritorna la sera. Invece di accettare lo stato delle cose, ha provato a fare qualcosa: ha attaccato volantini in giro, nei bar e nei negozi di Via Fondazza (nei pressi di Piazza Maggiore) per invitare la gente a incontrarsi, ha creato un gruppo su facebook in cui associare visi a nomi e scambiarsi informazioni, ha organizzato un primo incontro aperto a tutti. Sembrava una cosa impossibile: oggi via Fondazza conta circa 850 membri.

C’è chi grida al miracolo. Bastiani replica: “Ciò che spinge le persone ad aderire così numerose è un naturale bisogno di socialità.” Conoscere e instaurare dei rapporti di fiducia con il signore del piano di sotto o con la famiglia che abita nel palazzo di fronte aiuta a vivere meglio, a sentirsi meno soli, o anche semplicemente a sapere chi sono le persone che abitano attorno. Lo conferma anche Veronica Valenza promotrice di una social street in Via Maiocchi a Milano: “Abito qui da molto tempo ma era come non sentirsi mai propriamente a casa propria. Allora mi sono informata, ho cercato di capire quali fossero i passi da fare e in pochi mesi siamo già trecento“.

Non ci sono regole, vincoli o obiettivi in una Social Street” continua Bastiani. “Non siamo un’associazione né intendiamo diventarlo, non ci sono interessi da perseguire se non quelli che possono naturalmente essere espressi dalla comunità“. Per alcuni diventa il recupero di un’aiuola di quartiere, per altri l’organizzazione di una programmazione pomeridiana dedicata alle mamme nel cinema del quartiere, per altri ancora un pic nic domenicale in piazza. Ogni social street si relaziona a se stessa, alla città e alle dinamiche sociali che la caratterizzano. Difficile dire quali siano i criteri che ne favoriscono la nascita. Un buon mix sociale (famiglie, single, anziani, residenti e trasferiti) insieme con una buona condivisione dei compiti e della partecipazione appaiono a un primo sguardo gli elementi che ricorrono nei casi di maggiore “successo”. Quello che sta avvenendo però è un fenomeno che non ha veri precedenti, rispetto al quale, quindi, diventa difficile fornire dei parametri. Paesi come il Portogallo, il Brasile, la Finlandia, la Bulgaria, la Polonia hanno già inviato proprie delegazioni o chiesto partnership per capire come far nascere una social street.

A differenza di altre piattaforme devote alla condivisione, qui i social network non sono l’obiettivo ma lo strumento: per facilitare l’incontro e accelerare il processo di riconoscimento e fiducia reciproca. Il resto avviene per strada, al bar, lungo le scale e negli androni dei palazzi. Dal virtuale al reale è lo slogan che Federico Bastiani va ripetendo. E tante sono le storie di mutuo soccorso passate dallo schermo alle mura di casa. Come quella di una signora che di fronte al proprio computer improvvisamente rotto e al bisogno di accedere a skype per un importante colloquio, chiese aiuto al gruppo della sua Social Street e trovò un vicino di casa pronto ad accoglierla con il computer acceso. Oppure di quella volta che una coppia di ragazze fuorisede chiese un trapano e si trovò un vicino pronto anche a fare loro i fori al muro per mettere su delle mensole.

Scorrendo la pagina Facebook di Social Street Italia, l’immagine che emerge del nostro Paese appare dissociata da quella cui i media ci abituano. I post, i commenti, le immagini restituiscono una fotografia fatta di gente sorridente, volenterosa, operosa, che manifesta apertamente il proprio bisogno di appartenenza a un luogo: al punto da mettersi insieme e decidere di farlo proprio, pulirlo, abbellirlo, migliorarlo. Come è accaduto in Via Pitteri a Ferrara dove un gruppo di persone hanno deciso di fare un piccolo orto aromatico in una delle aiuola della via.

Da qui è nata l’intuizione del Comune di Bologna che invece di frenare l’entusiasmo di centinaia di cittadini ha deciso di allargare le briglie della burocrazia e di facilitare l’incontro tra le istituzioni e le emergenti forme di cittadinanza attiva: è nato così il “Regolamento sula collaborazione tra cittadini e amministrazioni per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani” (da qui è possibile scaricarlo). Permette a chiunque voglia prendersi cura di uno spazio verde o di un’area pubblica di comunicarlo all’ente responsabile e dopo l’approvazione del piano di intervento avere campo libero e occuparsene. Non è necessario essere riconosciuti come associazione, cooperativa sociale o azienda, è sufficiente essere dei cittadini.

Condividi su Whatsapp Condividi su Linkedin
Speciale Creme Solari

Creme solari: come sceglierle e a cosa fare attenzione

eBay

Work out: i migliori attrezzi per allenare a casa tutti i muscoli

Seguici su Instagram
Seguici su Facebook