Makers: la competizione diventa collaborazione

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In 35.000 hanno riempito il Palazzo dei Congressi di Roma nel corso dello scorso week end. Merito della Maker Faire, l’esposizione dedicata ai makers italiani che ha fatto venire a galla la presenza numerosa ed energetica, anche nel nostro Paese, di una comunità di inventori, ingegneri, designer, autodidatti desiderosi di mostrare al pubblico il progetto su cui passano ore, chiusi in garage, nei laboratori, nelle scrivanie delle loro stanze.

Tra i progetti presentati ci sono orti interattivi arricchiti con musica e luci, seggiolini che monitorano lo stato dell’abitacolo, stampanti 3d pieghevoli e a basso consumo energetico, cyclette che integrano Street View di Google Maps così da permettere di attraversare tutte le strade del mondo rimanendo a casa propria, componenti per la coltivazione di alghe su pareti di edifici o in ambienti controllati. Oltre duecento erano le idee selezionate dalla Maker Faire. Tante per essere la prima edizione di una fiera direttamente importata dagli Stati Uniti dove il movimento del cosiddetto DIY (Do-it-yourself) è in auge da diversi anni. Un successo che riflette la presenza, sotto pelle, di una società che sta velocemente cambiando. Dove chiunque può accedere facilmente agli strumenti che gli consentono di trasformare un’idea in qualcosa di concreto, reale, funzionante, acquistabile e utile per le persone. Una stampante 3D costa ormai meno di mille euro e permette di realizzare prototipi e piccole produzioni, una schedina elettronica come Arduino, dotata di un ambiente di sviluppo per la programmazione, consente di realizzare dispositivi in grado di rispondere agli stimoli che si desiderano, la realizzazione di un codice o di un software non è più materia manipolabile da pochi.

Cosa accomuna tutte queste persone? La volontà di “fare”. È in questo verbo che uno scrittore e guru del movimento dei Makers come David Gauntlett identifica il minimo comune denominatore di una società come quella attuale. In “La società dei Makers” (Marsilio), in uscita in questi giorni in libreria, specifica soprattutto che “fare è connettere” nel senso di mettere insieme pezzi, condividere con altre persone, collaborare con la propria comunità di riferimento. L’immaginario legato al fare degli anni Duemila è molto lontano dalla fotografia dell’inventore chiuso in spazi angusti, solitario e geniale. Ha piuttosto le sembianze di un social network, luoghi dove le persone entrano in relazione, condividono le proprie idee, lasciano che gli altri soggetti della community se ne impossessino affinché ne possano migliorare i difetti, ambiscono a costruire insieme il risultato finale.

È così che una piastrina come Arduino è diventata una delle invenzioni destinata, forse, a cambiare l’elettronica del futuro. Poiché realizzata secondo i canoni dell’ open source chiunque può acquisirne e modificarne le caratteristiche per adattarle al proprio obiettivo. Ciò avvantaggia forme di upgrade continue, fornite “gratuitamente” dalle persone che successivamente le rendono note alla comunità e da essa stessa trovano conferma o meno. Che questa sia la direzione sono i dati di fatto a dirlo. In occasione della Maker Faire, la nota azienda Intel ha dichiarato di aver dato il via alla produzione di Galileo, un nuovo tipo di scheda aperta compatibile con Arduino in grado quindi di essere modificata dalla società senza sentirsi degli hacker.

Open source turns competition into collaboration” a dichiararlo nei giorni scorsi è stato Josef Prusa, ungherese e creatore della RepRap una delle prime stampanti 3D messe in commercio e oggi promotore di una nuova tipologia assemblabile a casa. L’idea di fare, condividere, collaborare, così familiare a coloro che hanno vissuto la nascita del web 2.0, quello dei video girati in casa e caricati su YouTube, della fotografia condivisa, delle notizie messe a disposizione dai cittadini tramite twitter, delle piattaforme di mobilitazione civile, qui, si trasforma in progettazione aperta. L’ultima – last but not least – invenzione che va in questa direzione è l’auto-fai-da-te realizzata dall’italiano Ampelio Macchi, 58 anni, ingegnere meccanico e Francisco Liu, pendolare per molte aziende tra l’Italia e la Cina. La vettura si fonda sul principio del “prendete e migliorate”: è realizzata sulla base di pezzi componibili che ciascuno può assemblare per assicurarsi auto da due, tre e quattro posti. Potrebbe essere in vendita tra un anno.

Un mondo che produce in maniera diffusa e meglio. È questo l’obiettivo o meglio la direzione. Fare significa dover fare i conti con i tempi di realizzazione, le modalità di produzione e le necessità cui l’oggetto deve assolvere. Domande che chiunque si rivolga a un negozio per acquistare raramente si pone.

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