Liquidspace: in USA c’è l’Airbnb degli uffici

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Sono due le cose che accomunano le aziende della sharing economy. Da un lato l’utente finale, il “non-consumatore”, colui che, per sentimento ambientalista, piacere personale o tornaconto economico, condivide. Dall’altro lato, le risorse e la possibilità di farne un uso più efficiente, come accade mettendo a disposizione le stanze della propria casa, gli oggetti in cantina, gli abiti nell’armadio…

Dal 2011, Liquidspace è l’azienda che sta cercando di portare il principio dello scambio dentro il mondo delle aziende, muovendo colossi imbolsiti verso pratiche basate sulla fiducia e sul reciproco scambio. A dimostrazione che anche le grandi aziende possono cambiare atteggiamento quando si tratta di sfruttare meglio risorse sotto-utilizzate e generalmente money-consuming.

Liquidspace consente di scambiare e affittare temporaneamente le sale vuote della propria azienda a favore di impiegati di altre aziende, in trasferta o in viaggio, per riunioni d’affari o uffici temporanei. “Abbiamo portato la sharing economy dentro il mondo delle corporate” ha dichiaro in un’ intervista Mark Gilbreath, CEo dell’azienda – ventiseienne atleta di triathlon -. Il software che gestisce il sistema consente alle aziende di registrare gli spazi disponibili con richiesta di aggiornamento in tempo reale e contemporaneamente offrire al proprio impiegato una scelta di luoghi in cui poter incontrare clienti o lavorare una volta che sarà nella città di destinazione. La scenografia di molti americani che si trovano a viaggiare per lavoro coincide con un tavolino di Starbucks. Liquidspace, a sentire il suo creatore, alimenta la logica del co-working portando soggetti nuovi tra i corridoi di un’azienda – anche se solo per qualche ora – e responsabilizza l’impiegato. Dall’altro lato, sostiene un uso più efficiente degli spazi lavorativi, degli uffici e del real estate di un’azienda. Che improvvisamente passano dalla voce dei costi a quella dei ricavi. Il problema appare piuttosto sentito negli Stati Uniti dove i tagli all’occupazione seguiti alla crisi hanno reso semi-abbandonati numerosi palazzi. (E non da meno lo è in Italia dove sono in crescita gli immobili abbandonati o sfitti.)

Nella terra di mezzo tra Airbnb e un co-working ci si concentra su quella fascia medio-impiegatizia che oggi – almeno negli Stati Uniti – rivendica una modalità lavorativa sempre più svincolata, personalizzata, vicina allo stile dei free lance – che si conta costituiranno presto circa il 40% della popolazione lavorativa americana. L’immancabile App a cui è associato il servizio permette del resto di selezionare giorno e orario, nonché fornire anche dettagli più specifici su che tipo di spazio l’utente necessita (illuminato, con vista, silenzioso…)

Liquidspace al momento annovera alcune tra le prime cinquecento aziende recensite da Fortune tra i fornitori di uffici con sedi nelle principali città americane (San Francisco, Chicago, New York, Los Angeles, Washington D.C.). La catena di hotel Marriott ha messo a disposizione tutte le sue sedi nel mondo e si è inventata anche il neologismo “hoteling” per intendere la pratica di affittare uno spazio temporaneo nei propri ambienti. Le scrivanie scambiate in media al mese sono 25mila.

La definizione che vede la sharing economy una “fantasiosa ri-allocazione” di persone, beni e servizi sembra continuare ad avere riscontri.

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