Condividere: un nuovo modo di vivere, vecchio come il mondo

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Le opinioni in circolazione sono tendenzialmente due: quelli che lo vedono come un “nuovo miracolo” e quelli che invece “è la scoperta dell’acqua calda”. A parlare di condivisione e di consumi collaborativi si finisce per fare propria una di queste due voci. Il racconto dominante descrive il fenomeno come lo stile di vita del momento, in genere condotto dalla parte più giovane della società, mossa dalla crisi e dal bisogno di riscoprire la dimensione sociale e comunitaria della vita. In genere è accompagnato da ricostruzioni mitiche come la lotta dell’altruismo contro l’egoismo, dei buoni contro i cattivi.

Per inaugurare questo blog ho riaperto un libro uscito ormai un paio di anni fa dal titolo Surplus cognitivo (Codice Edizioni, 2010) e scritto da Clay Shirky, docente della New York University e specializzato nell’analisi dei risvolti di internet e delle nuove tecnologie sulla vita quotidiana. La sua tesi è piuttosto elementare ma anche piuttosto efficace. “Da una generazione cresciuta con una tecnologia personale, dalla radio portatile al pc era naturale aspettarsi che mettesse anche questi strumenti al suo personale servizio. Ma l’uso di una tecnologia sociale è molto meno determinante come strumento in sé: quando usiamo un network, il vantaggio più importante che otteniamo è l’accesso agli altri”. In altre parole, l’uomo è per sua natura un animale sociale che cerca riconoscimento in una comunità. Il web gli ha permesso di riappropriarsi di un modus vivendi proprio e originario.

La novità quindi non sta in ciò che di nuovo la sharing generation mette in atto oggi, ma in quello che di innaturale abbiamo vissuto negli ultimi decenni. Le nuove tecnologie non hanno fatto altro che rendere meno “costoso” (in termini di tempo, denaro, impegno…) trovare il modo per coordinarsi, mettersi d’accordo, conoscersi, condividere beni e valori comuni.

Nulla di molto diverso, in fondo, da ciò che accadeva qualche generazione fa. Solo che ciò che allora si verificava su una scala di qualche chilometro oggi si sviluppa a livello globale.

D’altro canto “senza una motivazione i mezzi per condividere non significherebbero molto” continua Clay Shirky. E la proliferazione di piattaforme di condivisione dimostra ogni giorno di più che le motivazioni non mancano. Che si tratti di restare in contatto con i vecchi compagni di scuola o di donare oggetti di cui non sappiamo come sbarazzarci. Maggiori sono le opportunità, più difficile è capirne la direzione: lo chiamano paradosso della rivoluzione.

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