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Voluntourism: viaggiare facendo del bene

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Lo chiamano voluntourism ed è un neologismo usato per indicare quelle forme di viaggio che includono momenti di volontariato. È un fenomeno molto controverso ed in rapida crescita, si sta ritagliando una fetta importante del mercato: lo scorso anno, secondo i dati di Africa Insight, ha generato 173 miliardi di dollari.

Ma questa crescita così significativa non si traduce immediatamente in qualcosa di positivo, anzi molto spesso genera più danni che benefici. Molto diffuso tra i giovani, deve il suo sviluppo alla moda del gap year, l’anno sabbatico che sempre più studenti inglesi o americani si prendono alla fine del college o dell’università, e nel quale è praticamente d’obbligo inserire un’esperienza di volontariato. “E’ diventata una tendenza”, sostiene la professoressa Barbara Heron ricercatrice all’università di York, in un intervista al The Guardian “Come tutte le mode viene spesso seguita da persone che si adeguano al trend generale, senza alcuna motivazione e preparazione. Così cominciano i problemi“.

Fiutando i guadagni, nel business si sono gettati a capofitto tour operator tradizionali, catene di hotel e agenzie turistiche di ogni tipo. “Questi operatori sono interessati al profitto, non certo alla missione”, continua la professoressa. “Ma avere a che fare con veri orfani, veri poveri o vere scuole richiede motivazione e preparazione. Altrimenti si fanno solo danni“. In genere, quando ad organizzarli non sono ONG o associazioni di volontariato, non si cercano volontari con requisiti o competenze specifiche, chiunque può partecipare, quasi sempre persone a cui mancano gli strumenti necesari per lavorare sul campo. “La convinzione erronea che giovani volontari poco o per nulla (in)formati sul campo di volontariato a cui partecipano possano assistere persone in comunità che non conoscono è un atteggiamento paternalistico”.

ThinkChildSafe promuove la campagna Children are not Tourist Attractions, in collaborazione con UNICEF, contro il fenomeno dell’orphanage tourism in Cambogia. In questo Paese infatti, i turisti sono spesso invitati negli orfanotrofi per fare donazioni a sostegno della sopravvivenza degli istituti. Una ricerca ha dimostrato che questa pratica genera più danni che benefici, trasformando gli orfanotrofi in business che tendono a mantenere basse le condizioni di vita dei bambini per garantire maggiori entrate. E, come emerge dal rapporto Demos “C’è il rischio che programmi del genere perpetuino gli stereotipi negativi legati al colonialismo occidentale e al concetto di beneficenza: un nuovo modo per l’Occidente di affermare la propria superiorità”.

Ovviamente ci sono anche molte esperienze positive. In un’intervista al National Post alcune ong “serie” come Crossroads International sostengono che “anche un diciannovenne in infradito può trasformarsi in risorsa, ma bisogna avere tempo e pazienza. In una settimana non si combina niente. Anche noi inviamo giovani all’estero in gap year, ma obbligandoli ad una seria formazione, sia in patria che in loco, affiancandoli ad operatori esperti finché non siano in grado di lavorare da soli”.

Prima di partire per questo tipo di esperienze, quindi, è importante informarsi. Affidarsi a realtà riconosciute (e per fortuna sono molte), che applicano approfonditi processi di selezione dei volontari e che selezionano realtà locali che necessitano realmente di un aiuto esterno.

Altrimenti il nostro viaggio sarà tutt’altro che un aiuto!

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