Slavery Footprint: un’impronta gigantesca

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Ognuno di noi lascia dietro di se una slavery footprint, diciamo un “contributo” alla schiavitù nel mondo, anche se spesso non ne è consapevole.

La schiavitù, infatti, non è soltanto un’immagine legata alla storia: gli schiavi guidati da Spartaco a Roma, o le navi di trafficanti che conducevano in America file interminabili di africani in catene. La realtà è che la schiavitù continua ancora oggi, anche se dichiarata illegale.

Milioni di uomini, donne e bambini in tutto il mondo sono costretti a vivere come schiavi. E sebbene questo sfruttamento sia spesso chiamato con nomi diversi, le condizioni sono le stesse. Le persone vengono vendute come oggetti, costrette a lavorare gratis o per una paga minima, alla completa mercé dei loro “datori di lavoro”.

Dietro ogni oggetto che compriamo, dal cibo, all’abbigliamento, all’elettronica, si nasconde un traffico enorme di sfruttamento, che noi contribuiamo a far crescere. Gli inglesi la chiamano slavery footprint (impronta schiavistica) e da oggi possiamo misurarla. Come? Gli attivisti di “Fair Trade Fund“, ONG statunitense, hanno creato Slavery Footprint, un sito ed una app davvero ben studiati, che calcolano gli schiavi in giro per il mondo necessari affinché il nostro stile di vita sia possibile.

Un cittadino medio che disponga di un computer portatile, una bicicletta e un normale numero di paia di scarpe può calcolare di avere almeno un centinaio di schiavi che hanno lavorato per lui. Al di là dei numeri, ciò che emerge con evidenza è che la schiavitù, dichiarata illegale nel mondo con la Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo nel 1948, in realtà non si è estinta affatto. Anzi è una condizione che affligge oggi 27 milioni di persone nel mondo, molti dei quali bambini.

La schiavitù purtroppo è ovunque! Ogni oggetto della nostra quotidianità viene realizzato sfruttando in maniera disumana ed illegale manodopera a basso costo” – ha dichiarato Justin Dillon, responsabile di Slavery Footprint. “E’ un fenomeno drammatico di cui bisogna ricordarsi quando si va a fare shopping e si acquista qualcosa”. Rendere il consumatore consapevole di questa condizione, affinché ne prenda coscienza e sia coinvolto in prima persona, è l’obiettivo di questa iniziativa. Un bel esempio di come i nuovi media possano fornire strumenti operativi validi, efficaci ed educativi.

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