Sappiamo ciò che mangiamo? Ecco come leggere le etichette

Condividi su Whatsapp Condividi su Linkedin

Se davvero, come dice Feuerbach, noi siamo quello che mangiamo (e io a questo credo molto!), allora uno dei primi passi per stare in salute e fare la nostra parte per evitare che le risorse, quelle alimentari, si esauriscano o vadano sempre più nelle tasche di pochi, è sapere e capire cosa realmente diamo in cibo al nostro corpo.

Per questo voglio dedicare qualche riga ad un argomento che credevo fosse ormai di dominio pubblico, ma che in realtà a molti è incredibilmente sconosciuto: come si leggono le etichette dei prodotti che troviamo sugli scaffali dei supermercati. Non lo sapete? Allora siete capitati nel posto giusto. Lo sapete già? Leggete comunque, magari trovate qualche curiosità interessante che vi aiuterà ad essere sempre più consapevoli nei vostri acquisti.

Dal 1992 è obbligatorio riportare per legge sulle etichette alimentari alcune informazioni che possono aiutarci a districarci nel mare di prodotti non troppo sani o di pubblicità e packaging ingannevoli. In particolare, su ogni prodotto, deve essere indicato:

  • Denominazione di vendita: è la descrizione del prodotto: ad esempio farina, pasta, ecc.
  • Elenco degli ingredienti: sono indicati in ordine di peso decrescente; stiamo dunque attenti al primo della lista, perché è quello più presente! Se troviamo la dicitura “in proporzione variabile” allora vuol dire che nessun componente prevale sugli altri (capita spesso di leggerlo sulle etichette dei prodotti che contengono diverse verdure o diversi tipi di frutta), mentre le espressioni generiche tipo “formaggio” devono farci quanto meno sospettare: se nel prodotto in questione fosse presente una tipologia particolare e rinomata di formaggio, probabilmente lo scriverebbero. Altra cosa a cui fare attenzione è l’indicazione degli aromi: se la dicitura è generica, si tratta di sostanze prodotte artificialmente in laboratorio, mentre quando viene indicato “aromi naturali” si tratta di essenze ricavate da vegetali esistenti in natura.
  • Gli additivi: sono i famosi coloranti, emulsionanti, antiossidanti, edulcoranti. Fermo restando che è meglio preferire prodotti che ne contengono pochi, sappiate che ad ognuno corrisponde una sigla (che può essere sostituita dalla dicitura esatta dell’additivo) costituita dalla lettera E e da un numero: quelle da E100 a E199 indicano i coloranti, quelle da E200 in poi si usano invece per gli altri tipi di additivi.
  • Il quantitativo: il peso o il volume netto ci aiutano anche nella comparazione del prezzo. Ricordatevi di guardare sempre il costo al kg o al litro, così ne trarrà beneficio anche il nostro portafoglio!
  • Termini di scadenza: qui bisogna distinguere tra la dicitura “da consumarsi preferibilmente entro” e “da consumarsi entro”. La prima indica che le caratteristiche del prodotto rimangono inalterate fino alla data indicata ma che dopo lo si può comunque consumare anche se non se ne assicura l’integrità; la seconda è invece una scadenza vera e propria, dopo la quale il produttore non garantisce più.
  • Chi l’ha fatto: l’indicazione del produttore e della sede degli impianti ci è utile per evitare quei prodotti che nascono a migliaia di km da noi, che contribuiscono quindi ad aumentare l’inquinamento e, nel caso di frutta e verdura, non sempre garantiscono la normale freschezza. Ovviamente il consiglio è quello di scegliere alimenti prodotti vicino a noi, in modo da non contribuire alle emissioni causate dai trasporti e aiutare le economie locali e i piccoli produttori delle terre in cui viviamo. Filiera corta insomma, sempre e comunque!

Come essere però sicuri che quello che stiamo mangiando è anche genuino e privo di sostanze nocive per il nostro organismo? Ebbene, una soluzione sicuramente buona è quella di prediligere gli alimenti biologici, che garantiscono coltivazioni e metodi di produzione e fertilizzazione in sintonia con la natura. Anche qui occhio alle differenze: “Prodotto da agricoltura biologica” significa che contiene almeno per il 95% di ingredienti certificati provenienti da agricoltura biologica; se invece la percentuale è di almeno il 70%, la dicitura precedente non può essere usata nella denominazione ma solo nell’elenco degli ingredienti, dove vengono evidenziati con un asterisco quelli ottenuti tramite agricoltura bio e certificati dall’organismo di controllo. Quando invece un’azienda è in attesa di ricevere la certificazione ma rispettano già da almeno 12 mesi i disciplinari di produzione, può utilizzare la dicitura “in conversione all’agricoltura biologica”.

Un po’ di attenzione può insomma esserci d’aiuto per evitare prodotti ingannevoli o per cadere nei tranelli di produttori che cercano di nascondere tra diciture sconosciute e colori sgargianti la presenza di ingredienti dannosi per la nostra salute.

Nelle prossime settimane vi parlerò di alcuni casi concreti di etichette da leggere attentamente (come quelle delle uova o della carne), e dei modi per mangiare sano senza spendere un patrimonio (il bio non è per ricchi!). Per il momento vi rimando alla guida di greenMe per gli approfondimenti sulla lettura delle etichette, comprese quelle energetiche o degli apparecchi elettrici.

Condividi su Whatsapp Condividi su Linkedin
Miomojo

Le borse vegan tutte italiane realizzate con “pelle di cactus” e scarti delle mele

Naturale Bio

Tè matcha per restare in forma: come introdurlo nella propria dieta

Schär

Schär Bio, il gluten free biologico che ha contribuito a far nascere una foresta

Misura

In arrivo più di 13mila nuovi alberi in Italia, dai calanchi di Matera all’agricoltura urbana di Milano

Orto d’Autore

Come scegliere una marmellata buona e di qualità

Mediterranea

Olio di oliva e materie prime a km0: come nasce una crema Mediterranea

Cristalfarma
NaturaleBio
Seguici su Instagram
seguici su Facebook