Vuoi essere felice? Non mentire a te stessa/o

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Perché, mi chiedo spesso, mi sono avvicinato così profondamente ai discorsi “decrescenti”? Al di là del fatto di essere nato probabilmente all’apice dello sviluppo economico, che cosa mi ha portato a fare mio il desiderio di una società più lenta, il desiderio di passare dalla competizione alla collaborazione, dal divertimento alla gioia, dalla quantità alla qualità?

Sicuramente una certa predisposizione naturale mi porta ad accogliere a braccia aperte l’elogio dell’ozio, della lentezza e della durata; il rispetto e la riverenza per i nonni e le persone anziane in generale che, a differenza di molti miei coetanei, mi ha sempre caratterizzato, mi fa attingere volentieri al sapere della tradizione, a non identificare il nuovo col meglio, il vecchio col sorpassato.

La mia istintiva indifferenza alle mode e all’effimero, che mi accompagna da quando ero adolescente, insieme al bisogno di valorizzare la dimensione spirituale e affettiva, mi rende assolutamente affine a tutto ciò che implica un rallentamento, e un ripudio verso tutto ciò che porta a fare della propria vita una (spesso insensata) corsa veloce.

Ovviamente la mia critica a certi stili di vita frenetici non è necessariamente rivolta al singolo individuo e alle sue scelte, libere e personali, ma una contestazione a certi tipi di società (quella consumistica in primis) e ad una vita che è una sola e che non si riesce quasi mai a godere, soprattutto per colpa nostra.

Quante volte mi è sembrato, anche solo parlando con le molte persone che condividono i miei punti di vista, di non essere giunto a niente di nuovo, ma semplicemente di far parlare il vero me stesso. Quante volte discorsi che sono suonati nuovi di primo acchito, li avevo già fatti fra me e me tantissime volte. Quante volte, parlando in pubblico o in privato di decrescita e di ritorno alla semplicità, ho solamente usato parole e concetti presenti in me da sempre, lasciando semplicemente parlare il bambino che è in me, o quel che ne è rimasto. E, soprattutto, quante persone mi hanno detto di aver provato la stessa sensazione.

Del resto tutto ciò è ovvio, se si pensa che un ritorno alla semplicità, alla natura (per quanto possibile) e, perché no, alla frugalità, è soltanto un ritorno all’essere noi stessi. E si sa, quando si è se stessi, si vive molto meglio, molto più serenamente. Quindi molto più in pace, anche con gli altri. Per essere davvero felici, però, si deve essere assolutamente sinceri con sé stessi, oltre che in pace. Può sembrare paradossale, ma secondo me solo chi è in pace con se stesso, poiché non mente a se stesso, può sperare di raggiungere una vera e profonda felicità.

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