Rifiuti, un problema culturale

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Si parla molto di problemi legati alla gestione dei rifiuti, ai costi ed alle opportunità che nascondono. Eppure la strada da percorrere è ancora molto lunga. Soprattutto perché, in Italia come all’estero, è un problema culturale.

Nonostante si stia giustamente parlando di riciclaggio e di riuso, infatti, nessuno ha ancora parlato di riduzione, la vera chiave del problema dei rifiuti.

Il mito della crescita economica e dei consumi sarà molto duro a morire nella culla del capitalismo e dell’industrializzazione. E in un momento di ormai dichiarata crisi economico-finanziaria, nemmeno i politici più virtuosi, impavidi ed intraprendenti si sognerebbero di dire che l’unico modo per ovviare al problema sarebbe quello di ridurre i consumi, in una società iper-consumistica come quella la nostra. Nessuno sarebbe ancora disposto a mettere in discussione gli stili di vita americani dell’usa e getta, che hanno ormai contagiato gran parte del globo.

Forse solo alcuni scienziati indipendenti ed alcuni intellettuali hanno il “coraggio” di demistificare e di mettere in discussione i meccanismi sociali e psicologici che mantengono in moto la macchina dei consumi. Uno di questi è sicuramente il celebre sociologo britannico (seppur di origine polacche) Zygmunt Bauman, il quale afferma:

In una società “liquido-moderna” (ossia una società nella quale le situazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure, ndt), l’industria di smaltimento dei rifiuti assume un ruolo dominante nell’ambito dell’economia. La sopravvivenza di tale società e il benessere di coloro che ne fanno parte dipendono dalla rapidità con cui i prodotti vengono conferiti alla discarica e dalla velocità e dall’efficienza con cui gli scarti vengono rimossi. In una società simile a nulla può essere concesso di restare più dello stretto necessario.

La costanza, la resistenza e la vischiosità delle cose, inanimate e animate, costituiscono il più sinistro e grave dei pericoli, sono la fonte delle peggiori paure e il bersaglio delle aggressioni più violente. La vita nella società liquido-moderna non può mai fermarsi. Deve modernizzarsi o perire. Spinta dall’orrore della scadenza, non richiede più di essere trainata dai sogni delle meraviglie immaginate come esito estremo dei travagli della modernizzazione.
Ciò che bisogna fare è correre con tutte le forze semplicemente per rimanere allo stesso posto, a debita distanza dalla pattumiera dove gli altri sono destinati a finire. […] I rifiuti sono il prodotto principale, e probabilmente il più abbondante, della società dei consumi liquido-moderna; tra tutte le industrie della società dei consumi, la produzione dei rifiuti è la più massiccia e non conosce crisi. Lo smaltimento dei rifiuti è perciò una delle principali sfide che la “vita liquida” ha di fronte; l’altra riguarda il rischi di finire tra i rifiuti.*

*: Zygmunt Bauman, “Liquid life“, Polity Press, 2005; edizione italiana: “Vita liquida“, Ed. Laterza, 2008

Per Bauman “vita liquida” significa autoesame, autocritica ed autocensura costante; si alimenta dell’insoddisfazione dell’io rispetto a se stesso. È la paura di finire fra i rifiuti, se non abbastanza al passo con i tempi. Non è per caso la nostra attuale situazione? Il punto debole delle stesse relazioni umane al giorno d’oggi? Non è questa l’origine, ancor prima delle mafie e della cattiva gestione, di tutte le “emergenze rifiuti”, e l’origine di ogni forma di inquinamento: il continuo senso di inadeguatezza, il vuoto interiore che in molti pensano di poter riempire con un sacco di oggetti inutili dalla breve durata?

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