Prima la salute, poi il profitto

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Era l’estate del 2009, e mi trovavo a San Francisco per il matrimonio di mio cognato, che a quel tempo viveva e lavorava là. Da buon turista italiano inconsapevole, per me California significava sole e spiagge – un po’ come per un americano medio Italia significa pizza e mandolino, anche se il mandolino suonato su una gondola di Venezia, invece che nel golfo di Napoli.

Un errore madornale. La California infatti è grande, più dell’Italia, e il clima non è lo stesso ovunque. Arrivato a San Francisco con la mia imbarazzante camicia a fiori, infatti, ho dovuto da subito fare i conti con un clima che, soprattutto in certe ore del giorno e della notte, era tutt’altro che estivo, seppure si fosse nella prima metà di agosto. Ho tenuto duro, e anche tutto il secondo giorno, speso in gran parte all’aperto con tanto di barbecue in un parco pubblico, l’ho passato in maglietta a maniche corte. Una cocciutaggine punita già il terzo giorno: mal di gola e forte influenza, con qualche linea di febbre sparita per fortuna nell’arco di poche ore.

Dopo oltre due settimane, però, l’influenza era ancora lì. Non mi aveva limitato più di tanto nel mio viaggio-vacanza. Anzi, a parte avermi reso più pesante una scarpinata di due giorni sulla Sierra Nevada, mi aveva portato praticamente a non fumare mai, nei quasi venti giorni passati dal mio arrivo. Ma era sempre lì, e mi iniziava a infastidire parecchio. Se non altro perché ero sempre in mezzo a molte altre persone, e non è carino tossire o starnutire più di tanto (e per giorni!), quando si è in compagnia.

Vinta la mia innata ritrosia al prendere medicine, ho chiesto a Robert, un amico medico spesso con noi in quanto parente della mia neo-cognata americana, di prescrivermi un antibiotico. Detto fatto, l’indomani avevo già in mano la mia bella scatolina di pillole antinfluenzali: sei pasticchette che, a guardarle, sembravano le palline Zigulì. Costo? Poco meno di 50 dollari. Rob il furbo, le aveva infatti prescritte a nome mio, non suo o di qualcuno degli statunitensi del nostro gruppo, e non avendo io un’assicurazione sanitaria negli Usa, mi sono ritrovato a dovere pagare questa cifra oscena.

La cosa mi ha portato a fare non poche riflessioni, e a notare che, per fortuna, il mondo non è ancora del tutto americanizzato, quando si parla di farmaci e di sanità. Anche in un sistema basato sul profitto, infatti, sono sempre più numerosi i medici che non hanno più intenzione di sottostare a certe dinamiche di mercato. Che, per loro stessa natura, antepongono l’interesse economico alla salute. In altre parole, sempre più dottori iniziano ad essere stanchi nel vedere (se non dovere) mettere il guadagno delle grandi case farmaceutiche davanti alla vita dei pazienti (magari bambini). Me ne sono accorto entrando sempre più spesso in contatto con medici, accademici e ricercatori impiegati nella sanità (o campi affini) ormai molto a disagio con quello che è diventato il loro settore.

Ho raccolto in un libro uscito recentemente, “Medicina ribelle. Prima la salute, poi il profitto“, le testimonianze di alcuni di loro, cercando allo stesso tempo di dare un filo logico al tutto – l’insano intreccio fra profitto e salute – che mi permettesse, alla fine, di restituire sotto forma di riflessioni (se non di proposte) ciò che ho assimilato dai dialoghi con questi professionisti. Incluso appunto un pensiero su quello che ci può capitare in seguito a un’eccessiva “americanizzazione” (che va oltre la semplice privatizzazione) del sistema sanitario e tutto quello che gli ruota attorno.

Nel libro cerco di fare molta attenzione a non scagliarmi contro la medicina odierna tout court. Sarebbe da idioti essere contrari al progresso medico o a quello farmacologico. Ma sarebbe altrettanto da idioti non iniziare a reagire ai continui tentativi di venderci, a caro prezzo, un sacco di porcherie di cui non solo non abbiamo bisogno, ma che addirittura ci portano a vivere peggio.

Spero che questo libro vi possa interessare, e soprattutto portare a pensarci su due volte, prima di assumere un medicinale di cui magari non abbiamo veramente bisogno.

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