Medici ribelli e attivismo da click

Condividi su Whatsapp Condividi su Linkedin

Uso questo spazio per fare una riflessione, oltre per parlare in extremis di un progetto personale. Su cosa? Su quello che da qualche anno, ormai, chiamo “attivismo da click”. A gennaio, infatti, ho lanciato attraverso Produzioni dal basso una raccolta fondi per iniziare a finanziare la stesura di un libro, “Medici ribelli“. L’intento era quello di raccontare l’esperienza di tutti quei medici che si sono stancati di vedere (se non dovere) mettere il guadagno delle grandi case farmaceutiche davanti alla vita dei pazienti (magari bambini).

La possibilità di prenotare una o più quote per supportare il progetto scade praticamente domani, ma il raggiungimento dell’obiettivo è ancora molto lontano. Perché ho fatto questa cosa? Perché pur avendo trovato un editore interessato al progetto, è sempre più raro ricevere un minimo di anticipo che ti permetta di dedicarti al lavoro da fare per le settimane o i mesi necessari.

In quattro mesi, le persone che hanno prenotato una o più quote sono state poche, pochissime: solo 16 (me compreso!). Quelle che hanno cliccato “mi piace” sulla pagina Facebook del progetto, invece, sono state 252. Se da una parte ringrazio quei pochi che hanno provato a supportarmi, dall’altra non biasimo chi ha preferito invece con gli stessi soldi mangiarsi una pizza, fare una ricarica al cellulare o andare al cinema. Le priorità sono altre, lo capisco (e non sono necessariamente sarcastico, ci sono oggettivamente cose più importanti al mondo), ma lo squilibrio fra i “mi piace” e le prenotazioni di quote mi lascia comunque perplesso.

Chi ha un’associazione o qualunque altra attività che implichi la richiesta di quote associative o abbonamenti, magari di una ventina di euro all’anno (Sky per il Motogp li chiede al mese), sa bene quanto sia difficile andare oltre il sentire un sacco di promesse di supporto. La gente generalmente vuole cambiare il mondo (o l’Italia), e si indigna molto (sfogando sui social network la propria indignazione) quando non lo si fa. Appena c’è da sganciare qualcosa, però, “c’è la crisi”, o “manca il tempo”, o “iscriversi a una piattaforma online come PdB è troppo difficile” ecc.

Ma perché parlo di “attivismo da click”? Perché ormai molte persone pensano di avere fatto il proprio dovere civico solamente cliccando un “mi piace”. Non intendo ovviamente dire che sia un dovere civico supportare le mie trovate, per quanto possano essere o sembrare interessanti. Solo questa cosa mi ha fatto notare una volta di più come il dare un supporto a una causa, o l’opinione su una certa tematica, o addirittura una “amicizia”, sia ormai una questione di singoli click, appunto.

Il fenomeno andrebbe analizzato da studiosi e sociologi ben più competenti e autorevoli del sottoscritto. Ma andrebbe fatto presto, secondo me, perché la superficialità e l’aleatorietà che si nascondono dietro questo fenomeno sono a dir poco inquietanti.

Condividi su Whatsapp Condividi su Linkedin
TryThis

L’app che ti fa divertire sfidando i tuoi amici anche durante il lockdown

Tua fibra energia

Luce, gas e fibra tutto incluso e a prezzo fisso ogni mese, la nuova frontiera della bolletta unica

Schär

Celiachia o sensibilità al glutine? Come ottenere una corretta diagnosi

Cristalfarma

Come gestire nel proprio piccolo disturbi d’ansia e stress di uno dei momenti storici più difficili

NaturaleBio

Cacao biologico naturale, in granella o in polvere: benefici e ricette per portarlo in tavola con gusto

ABenergie

Cosa fai dentro casa per risparmiare energia?

Cristalfarma
NaturaleBio
Seguici su Instagram
seguici su Facebook