Atlante della carne: fatti e cifre sugli animali che mangiamo

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Pubblicato dalla Heinrich Boell Stiftung, fondazione affiliata al Partito dei Verdi tedeschi, su richiesta dall’associazione ambientalista Friends of the Earth (Amici della Terra), lo studio Meat Atlas: facts and figures about the animals we eat mette in risalto gli impatti del sistema globale di produzione intensiva di carnee di prodotti caseari.

Secondo lo studio, il modo in cui produciamo e consumiamo carne e latticini ha bisogno di un ripensamento radicale. Fra gli obiettivi, spiccano quello di limitare il controllo della catena alimentare che hanno ormai le più grandi imprese del cibo (si parla al suo interno di colossi come JBS e Tyson Foods, ovvero aziende da quasi 40 miliardi di dollari di fatturato all’anno); ridurre gli impatti su ambiente e salute; aiutare i cittadini a indirizzarsi verso una dieta più sostenibile.

Si mangia troppa carne, ammoniscono gli Amici della Terra, sottolineando come, nonostante la stagnazione dei consumi in Europa e Nord America, la domanda globale della stessa sia comunque in crescita. Questo grazie alle economie emergenti asiatiche, dove si prevede un aumento dell’80% della domanda di carne e latticini entro il 2022. Un incremento che metterà a dura prova la nostra capacità di affrontare la scarsità di risorse del pianeta.

I 26 argomenti trattati, esposti anche con l’aiuto di ben 80 grafici “su come produciamo e consumiamo la carne”, spaziano dalla nascita del mercato globale alla conseguente perdita di biodiversità, fino all’estrema concentrazione di potere nelle mani di pochi colossi dell’industria alimentare; e ancora dal risparmio idrico ai crescenti problemi in Amazzonia anche a causa del cosiddetto “impero della soia” sorto in quei luoghi, fino ad arrivare alle differenze di genere. Che, anche nei contesti urbani, la produzione di carne potrebbe aiutare a superare.

E proprio qui si nota l’aspetto meno radicale e quindi più apprezzabile di questo rapporto: si possono gradualmente risolvere i problemi legati all’eccessivo consumo di carne senza estremismi.Che,comunque, la maggior parte del mondo non vuole nemmeno prendere in considerazione – anzi, più si propongono scelte alimentari radicali, più le masse vi si allontanano, generalmente.

Il messaggio dello studio, in sostanza, è che se si consumasse meno carne e soprattutto la si producesse in modo differente (meno intensivo), ne potrebbero beneficiare sia l’ambiente che gli esseri umani. Non solo in termini di salute, ma anche a livello sociale ed economico, dato che i piccoli allevamenti, soprattutto di pollame e soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, sono una sorta di toccasana quando si parla di lotta alla fame, alla povertà e addirittura alle differenze di genere, appunto.

“Mangiare carne non deve necessariamente danneggiare il clima e l’ambiente”, fanno presente gli studiosi: “Al contrario, un uso appropriato dei terreni agricoli da parte degli animali potrebbe anche avere dei benefici a livello ambientale”. Oltre il 40% della superficie terrestre, infatti, “è troppo secca, troppo ripida, troppo calda o troppo fredda per le colture”. In tali aree , gli allevatori hanno un vantaggio strategico: possono usare i loro animali per convertire la vegetazione locale in cibo ed energia. I loro metodi di produzione devono essere adatti alle condizioni locali , ma richiedono specifiche razze di bestiame e una conoscenza approfondita delle esigenze degli animali e la situazione locale.

Un importante contributo alla riduzione della povertà e delle differenze di genere può arrivare in particolare dagli allevamenti urbani su piccola scala. Gli animali sono un’importante fonte di reddito per le persone di molte regioni del mondo, ricorda lo studio, e se le donne nei Paesi in via di sviluppo riescono ad allevare un numero sufficiente di animali da crearsi delle riserve degli stessi, possono ottenere un prestito ad esempio da un istituto di micro-finanza, e diventare così indipendenti. Come? Acquistando altri animali, investendo in una nuova stalla e conoscendo i vantaggi di un maggiore igiene ed una più sana alimentazione.

A chi fosse tentato dal pensare alla solita colonizzazione culturale, è opportuno ricordare che in questo caso si sta parlando di un minimo di emancipazione da quelle che sono fame e segregazione. Non si sta dicendo di esportare il modello di sviluppo occidentale in quei luoghi (anzi proprio il contrario). Se poi si parla di donne questo discorso ha ancora più valore. Non per la moda politically correct che inonda i media del “primo mondo”, ma per motivi pratici. Nell’Africa meridionale, ad esempio, l’85% delle famiglie possiede dei polli, e il 70% di questi appartiene a donne.

Il punto, insomma, non è quello di diventare tutti vegani, ma quello di ridurre il consumo eccessivo di carne e latticinie abbandonare i metodi di produzione insostenibili. Cercando allo stesso tempo di intraprendere nelle economie emergenti una strada che non porti agli stessi errori fatti nei decenni addietro dai Paesi di vecchia industrializzazione. Solo così si possono trarre i benefici che la carne può fornire a livello salutistico, sociale, economico e, in determinate aree, anche ambientale.

Per farlo, però, c’è bisogno del supporto dei principali attori politici. Motivo per cui, all’interno di questo studio, viene data una serie di consigli su come affrontare questi problemi a tre gruppi: le Istituzioni europee, gli Stati membri ed i singoli cittadini. Tenendo sempre presente che, con le sue scelte di vita e di consumo, quest’ultimo gruppo potrebbe anche influenzare le decisioni degli altri due.

@AndreaBertaglio

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