Controcorrente

Con Presi per il PIL, la decrescita felice va in tv (e non solo)

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Il film Presi per il PIL, uscito di recente, tratta alcune belle esperienze di decrescita felice. Aspettando che mercoledì 30 luglio e venerdì 1 agosto 2014 venga trasmesso alle ore 12:00 (mezzogiorno) dal canale Sky 816, Reteconomy (anche in streaming), ve le raccontiamo brevemente.

Marta e Giorgio sono fra le persone più lucide che si possa avere la fortuna di incontrare nel corso di un’intera vita. Vivono e lavorano con i loro cinque figli e pochi buoni amici nel comune di San Damiano Macra, in Valle Maira, in provincia di Cuneo, dove sono arrivati da Torino nel 1995. Lei è medico e lavora part-time in zona. Lui, laureato in filosofia e originario della Valle Po, per lavoro traduceva libri per alcune case editrici, prima di dedicarsi completamente alla vita di montagna. Nel 1999 si sono presi un impegno importante: recuperare un’intera borgata abbandonata. Come? Avviando un’azienda di capre da latte, Lo Puy, che con il tempo è diventata anche agriturismo (la Chabrochanto). Nonostante si possa pensare il contrario, Marta e Giorgio non sono degli “alternativi”; hanno solo capito prima di altri che per vivere sereni non c’era necessariamente bisogno di puntare sui soldi e sulla carriera. E non lo hanno fatto solo portando, certo con molte difficoltà, sia loro che i loro figli a vivere in un ambiente molto sano (in ogni senso), ma anche ridando vita a un luogo che, in passato, ha dato da vivere a numerose generazioni. Nella società della crescita del PIL, altri avrebbero solo cercato di sfruttare al massimo il territorio e gli animali, mungendoli senza ritegno convinti di “produrre reddito”. Nella società de Lo Puy, invece, si è capito sin dall’inizio che anche a livello meramente “imprenditoriale” certe scelte (come quella di sacrificare la produzione all’uso di mangimi, farmaci e gasolio) portano solo a una serie infinita di costi, e di frustrazioni. La vita di questa bellissima famiglia, quindi, non si limita al fare pascolare le capre, accogliere ospiti e produrre formaggio: è uno schiaffo a chiunque si rassegni a dire che non è possibile, che oggi il mondo non ti permette di fare certe scelte, che i tempi sono cambiati solo perché si dà più importanza a un viaggio ai tropici di due settimane che alla propria quotidianità.

A Pescomaggiore, paesino alle porte de L’Aquila in cima a una collina e immerso nel bellissimo panorama abruzzese, sorge l’Ecovillaggio autocostruito (EVA). Lì, un gruppo di ragazze e ragazzi da qualche anno sta affrontando energicamente non solo la crisi, ma anche l’eventualità di doversene andare in seguito al terremoto di quel terribile 6 aprile 2009 che, alle 3 e 32, ha lasciato senza casa anche alcuni di loro. In Abruzzo si attende ormai da lungo tempo la ricostruzione, ma le risorse mancano e la speculazione regna sovrana. È per questo che alcune persone hanno deciso di “rimboccarsi le maniche” e riprendersi in mano il proprio futuro, ristabilendo una relazione virtuosa con il territorio e reinventando il concetto di casa. Il terremoto, che è diventato la metafora più aggressiva della distruzione e della morte causata dal cemento, può diventare un’occasione per immaginare un nuovo modello abitativo. E qui nasce l’avventura: l’eco-villaggio di case di paglia. La manodopera ce la mettono gli stessi cittadini che, invece di stare con le mani in mano e aspettare i sussidi del governo, decidono di utilizzare il proprio tempo per ricostruire il proprio avvenire. I materiali? Ce li mette il territorio, grazie alle risorse vegetali dei campi di cui dispone. Con questi pochi ingredienti ha luogo un esempio umano e civico senza precedenti. Cittadini che si auto-costruiscono delle abitazioni di legno e paglia, utilizzando esperimenti e modelli già collaudati in Germania e altri Paesi europei. Il tutto grazie alla loro buona volontà, ma anche a volontari che arrivano da altre parti d’Italia e d’Europa in un’esperienza umana che gli cambierà per sempre la vita. Famiglie che si ritrovano, padri e figli che lavorano insieme con un obiettivo comune. Questo esempio di sostenibilità e benessere, portato avanti con costanza alla faccia dei palazzinari che dominano il Belpaese, delle grandi opere e dell’onnipresente cemento, è una metafora di quello che potrebbe essere la nostra società. Che, spesso, funziona esattamente al contrario: divide, atomizza, vede con sospetto se non disgusto lo straniero, ma fa di tutto per staccarci dalle nostre radici e dai nostri territori. I ragazzi di Pescomaggiore, molti dei quali precari che hanno trovato una dimensione sociale e lavorativa proprio in questo eco-villaggio, si aiutano nel lavoro, mangiano e parlano insieme, organizzano le proprie giornate in un clima di cooperazione e convivialità, ma soprattutto affrontano molte difficoltà che, paradossalmente, rappresentano un forte stimolo ad andare avanti. Cosa che il mondo circostante, invece, sotto molti aspetti non offre più.

Roberto è un quarantacinquenne laureato in giurisprudenza, rappresentante del Movimento per la Decrescita Felice in Sardegna. Con sua moglie, Rossana, e suo figlio, ha fatto una scelta: lasciare Cagliari ed il costoso appartamento in cui vivevano per tornare ad Orroli, suo paese d’origine, e vivere in modo più semplice, più a contatto con la natura e le proprie radici. Sono andato a trovare Roberto nel bellissimo posto in cui vive con la sua famiglia, e da lui ho potuto imparare come l’autoproduzione della maggior parte di ciò di cui si ha bisogno possa incidere notevolmente sul bilancio familiare a fine mese. Ma anche come la condivisione con altre persone di spazi e mansioni possa decisamente tornare utile, tanto da avere paradossalmente molti meno problemi economici dei colleghi che si è lasciato alle spalle, e che invece sono rimasti schiavi di mutui, finanziamenti e orari di lavoro ormai insostenibili. Roberto, infatti, ha coraggiosamente deciso con sua moglie di tornare a vivere nell’edificio in cui, con i suoi genitori, ha speso la sua infanzia e la sua adolescenza. Non è tornato con i suoi, ma ha unito le forze con loro, condividendo la casa su due piani in cui è cresciuto. Roberto e la sua famiglia ci dimostrano che se si può vivere sulla base di stili di vita, di relazioni umane e di rapporti con il territorio diversi da quelli su cui è fondata la società della crescita del PIL e dell’economia, allora questa è una prospettiva che si può realizzare anche in altre situazioni. Chiaramente questo non basta, sia perché è troppo poco, sia perché richiede un capovolgimento degli stili di vita così profondo che non tutte le persone sono disposte a farlo. L’impossibilità di continuare a vivere come si è fatto negli ultimi cinque o sei decenni, così come la preoccupazione per le conseguenze della vita che abbiamo condotto in passato, inducono però sempre più persone a dei ripensamenti e a fare delle scelte che non avrebbero fatto diversamente. “Credo fortemente in quello che sto facendo perché ne vedo concretamente i vantaggi”, è solito dire Roberto citando contemporaneamente Serge Latouche e Antonio Gramsci: “Nonostante la difficoltà di molte persone nel decolonizzare il proprio immaginario, sul pessimismo della ragione sono sicuro che anche in loro potrà vincere l’ottimismo della volontà”.

I circoli territoriali del Movimento per la decrescita felice sono un ottimo esempio del fatto che non è necessario vivere o trasferirsi in campagna per migliorare la propria qualità vita. Anzi, passare dalla città a un piccolo paesino di provincia può portare molti benefici, a partire dal vivere in un contesto più sano e più tranquillo, ma può avere anche qualche risvolto negativo. Uno su tutti: i trasporti. Il fatto di vivere in città, inoltre, ha messo molte persone davanti ai limiti che gli stili di vita frenetici e consumistici dei contesti urbani comportano (a partire dai problemi legati a stress e inquinamento), mentre in campagna, spesso, le persone devono ancora sviluppare anche solo un minimo di sensibilità ambientale, se non civica. Non si spiegherebbero altrimenti vizi assurdi come quelli di bruciare rifiuti di vario tipo in mezzo a orti e giardini, o di permettere la devastazione di bellissimi paesaggi solamente per fare un minimo di cassa a livello comunale. Fra i circoli attualmente esistenti del Movimento per la decrescita felice, ce n’è uno particolarmente attivo e frequentato: è quello di Torino. Oltre a vantare da solo quasi la metà di tutti i soci Mdf a livello nazionale, questo circolo è una punta di lancia per quel che riguarda gli stili di vita decrescenti nei contesti urbani, e la sua peculiarità, rispetto alle altre realtà simili alla sua, è quella di essere frequentato quasi solo da giovani e giovanissimi. Fra le azioni più importanti di Mdf Torino c’è un profondo impegno dedicato alla sensibilizzazione di chi sta al di fuori del circolo, portato avanti soprattutto dal “Gruppo politica” e dal “Progetto interculturale nelle scuole”, una iniziativa che mira a insegnare il consumo critico in ambito alimentare ai ragazzi delle scuole superiori di Torino, promossa dal circolo Mdf in collaborazione con Slow Food ed AIESEC, la più grande associazione studentesca al mondo. Attraverso l’organizzazione di conferenze, seminari, proiezioni, presentazioni presso gli istituti scolastici, i centri d’incontro e le associazioni, i giovani torinesi portano il pensiero della decrescita anche in contesti in cui questa non era mai stata presa in considerazione.

Spero di avervi incuriosito abbastanza, e di avervi portate/i a voler guardare il nostro film. Su Reteconomy, appunto, oppure in dvd.

Grazie!

@AndreaBertaglio per @PPPil_Doc

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