Un sms per salvare l’Amazzonia

 

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Avete presente Avatar? Ecco, è questo che spesso ci si sente di vivere, se si visita la foresta amazzonica.Animali che avevate solo immaginato, fiori che sembrano fatti di legno, funghi che scambi per un tappo di plastica gettato a terra da qualche sciagurato; e ancora insetti che sembrano tempestati di pietre preziose, o farfalle di colore blu elettrico che, grandi come una mano, ti passano davanti come fossero un miraggio.

Ma soprattutto acqua, verde e alberi enormi: “patriarchi” della foresta di 50 metri d’altezza e oltre mille anni di età che svettano sul resto della vegetazione. Ed emanano energia, tanta. Da far venire la pelle d’oca, se ci si “connette” davvero con loro.

In Amazzonia, terra bellissima e a tratti magica, non è affatto difficile imbattersi in scenari da giardino dell’Eden. E in fiumi e lagune color verde smeraldo, allo sbuffo di grandi delfini rosa di fiume si alterna il rauco e surreale richiamo delle scimmie urlatrici. Mentre le tartarughe Charapa, una volta cacciate e ora protette, una appoggiata all’altra prendono il sole dovunque trovino lo spazio per farlo.

Luoghi per viaggiatori, non per turisti, in cui credetemi, l’avere elettricità per tre ore al giorno è più che compensato dal vedere nelle tenebre della notte un albero “addobbato” di lucciole. E all’orizzonte i lampi di un temporale che si avvicina, e che un paio di ore dopo ti regalerà un acquazzone che dai noi provocherebbe dissesti idrogeologici da prima pagina.

Le specie di animali, anfibi, insetti, uccelli che si incontrano in quei luoghi sono numerosissime, così come la quantità di alberi e piante diversi che si vedono anche nell’arco di pochi passi. In alcuni punti, in effetti, un singolo ettaro di questa foresta ospita più biodiversità dell’intero Nord America. E che dire dell’acqua? Ce n’è ovunque, così in cielo come in terra: l’Amazzonia è fonte del 20% di tutta quella dolce del pianeta. Basti pensare che, in una singola ora, il solo Rio delle Amazzoni porta all’oceano tanta acqua quanto il Tamigi in un intero anno.

Proprio per queste sue caratteristiche, questa foresta è però anche ricchissima di materie prime: legname, minerali, petrolio, sono solo alcuni degli esempi più noti. E che fanno più gola. A chi? Ad attori internazionali di vario tipo, accomunati da una cosa: la crescente voracità. Ma anche dalla possibilità di ottenere ciò che vogliono, con le buone o con le cattive. E Paesi come l’Ecuador, che dipendono economicamente quasi per l’80% dal petrolio, sono oggi a un bivio: vendere completamente (e letteralmente) l’anima a Stati Uniti e Cina (suoi principali acquirenti di oro nero), o avviare una serie di progetti che provino a dare alla propria popolazione sbocchi alternativi a quelli offerti dall’industria petrolera?

È così che è nato il “Programa Trinacional”, un tentativo supportato dall’Unione europea, da associazioni come il Wwf e dalle comunità indigene di correre ai ripari prima che sia troppo tardi. E rischia davvero di esserlo, fra qualche anno. Secondo le stime, entro il 2030 il 55% di questa enorme foresta sarà distrutto per sempre. Con questa iniziativa tre Paesi, fino a pochi decenni fa in guerra fra loro, hanno deciso di collaborare per preservare alcune parti di foresta primaria. Ecuador, Perù e Colombia, infatti, stanno provando a salvare le rispettive aree protette di Cuyabeno, Güeppi e La Paya.

Con il Programa Trinacional, in effetti, si è dimostrato in questi ultimi 5 anni che per preservare la foresta pluviale è molto più utile farci vivere le popolazioni indigene in condizioni dignitose, che non creare delle aree protette. Come? Emancipandole appunto dalla soffocante dipendenza dai signori del petrolio. In Ecuador, ad esempio, la coltivazione sostenibile di varietà locali di caffè e cacao (che non implicano la distruzione della foresta, in quanto possono crescere all’ombra degli alberi) e la produzione di relativi prodotti si affiancano a uno sviluppo eco-compatibile del turismo.

Certo fronteggiare il potere ed i mezzi dell’industria petrolifera è a dir poco impresa ardua. Ma vale la pena tentare, nell’interesse di tutti noi. Del resto, le cooperative produttrici di caffè e cacao e il settore eco-turistico possono offrire un’alternativa a sempre più persone, costrette ormai a dovere scegliere tra la povertà o l’impiego presso l’ennesimo pozzo petrolifero. Progetti avviati con l’aiuto dell’Unione europea, come accennato sopra, ma anche di associazioni come il Wwf. Che, proprio per questo motivo, ha attivato una campagna di raccolta fondi speciale.

Fino al 18 maggio, infatti, mandando un Sms o chiamando da telefono fisso il numero 45505, è possibile supportare queste attività. E dico la verità: dopo essere stato in quei luoghi e avere visto ciò che viene fatto per tutelare l’esistenza di ciò che rimane del “polmone verde” del pianeta, penso proprio che un paio di euro e pochi secondi per spedirli siano il minimo che si possa fare.

@AndreaBertaglio

 

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Sabato, 27 Maggio 2017