Frutti sconosciuti: sapote e sapodilla

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Sono rientrata da poco da un viaggio in Florida, dove ho dei cari amici, e ogni volta che riesco ad andare chiedo loro di portarmi in un posto vicino al parco delle Everglades, dove producono e vendono frutti tropicali rari, alcuni davvero strani, sia nell’aspetto, che nel sapore. Più che strani sarebbe meglio dire nuovi per me, dato che per le persone che vivono nei tropici sono comuni come lo sono le mele per noi. Ho fatto incetta di tutto il possibile, ed assaggiato fino ad aver mal di pancia… Ecco il secondo articolo, nel quale unisco due frutti, simili per il nome e per l’aspetto: il sapote (Pouteria sapota) e la sapodilla (Manilkara sapota), appartenenti alla stessa famiglia delle Sapotaceae. Sono buonissimi!

Il sapote

Mentre compravo questo frutto, una signora cubana che ha visto la mia faccia a punto interrogativo, si avvicina e mi dice che lei lo chiama mamasita (ed in effetti uno dei suoi nomi è mamey sapote) e che per capire se erano maturi dovevo sceglierli morbidissimi. Devono avere un po’ l’aspetto e la consistenza delle patate dolci cotte al forno, ecco. Appena aperto, sorpresa! Il colore è arancione carico, con un grosso seme scuro e lucido. Il gusto è un mix di patata dolce, zucca e zucchero di canna… buonissimo! Ho scoperto, cercando notizie, che si tratta di un frutto antichissimo, coltivato da migliaia di anni dalle civiltà precolombiane maya e azteche. Camminando per le vie di Key West, e vedendo quegli strani frutti su alberi bellissimi, non avevo idea di trovarmi di fronte a tanta storia e bontà.

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La sapodilla

Ad una prima occhiata, mi sembrava il frutto precedente in miniatura. In realtà tagliandolo è molto diverso, il colore è chiaro e i semi sono piccoli, neri e lucenti. Il sapore è quello di una pera a cui sia stato aggiunto dello zucchero di canna… direi che tra i frutti strani che ho assaggiato, la sapodilla, insieme al Jackfruit, sono quelli che ricordo con maggior piacere. In Sud America questa pianta è coltivata non solo per il frutto, ma anche perché dal suo fusto si estrae il chicle, una gomma che da millenni è utilizzata come chewing-gum naturalmente dolce, e veniva utilizzata per produrne anche a livello industriale. Oggi solo poche aziende continuano a produrre la gomma da masticare utilizzando il chicle, a causa dell’introduzione, a partire dagli anni sessanta, della gomma sintetica (a base di butadiene), la cui lavorazione è meno costosa. I raccoglitori locali di chicle sono chiamati chicleros. La tecnica utilizzata è simile a quella con la quale si ricava il lattice dall’albero della gomma: vengono praticate delle incisioni a zig-zag sul tronco, e la sostanza che ne cola viene raccolta con dei piccoli contenitori. Viene quindi bollita fino a darle la giusta consistenza.

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