Bitcoin, a che prezzo? I veri costi ambientali delle criptovalute

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Tutti parlano del crollo del prezzo dei Bitcoin. Nessuno però si chiede qual è il reale costo di questa cripto valuta, il prezzo che ne paghiamo in termini ambientali. 

In questi giorni non si fa altro che parlare del crollo del prezzo dei Bitcoin. Dopo che la Cina ha annunciato il blocco delle attività inerenti alla circolazione della valuta digitale e all’offerta di servizi correlati, l’andamento del Bitcoin ha  subito una perdita di oltre 50 miliardi di dollari.

Tuttavia non si parla del reale costo dei Bitcoin: quello in termini ambientali. Una preoccupazione sollevata anche da Elon Musk, Ceo di Tesla, società che ha deciso di investire nei Bitcoin 1,5 miliardi di dollari. 

Per essere chiari, credo fortemente nelle criptovalute, ma non può portare a un aumento massiccio dell’uso di combustibili fossili, in particolare del carbone

La produzione dei Bitcoin non è sostenibile. Le criptovalute vengono”estratte” utilizzando grandi quantità di elettricità generata con combustibili fossili. 

Secondo uno studio condotto dall’Università di Cambridge insieme all’Agenzia internazionale per l’energia, nel 2019 il sistema di produzione di queste criptomonete ha consumato 133,68 TWh ed è improbabile che cali, a meno che il valore della valuta non crolli.

Inoltre, secondo una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Joule, si stima che la produzione di bitcoin generi tra i 22 ei 22,9 milioni di tonnellate di emissioni di anidride carbonica all’anno.

Come è possibile? Le criptomonete vengono create da computer che effettuano calcoli molto complessi; è un processo ad alta intensità energetica che spesso si basa sull’elettricità generata con combustibili fossili. 

Una maggiore domanda e prezzi più elevati portano i minatori in competizione, utilizzando quindi computer sempre più potenti che hanno bisogno di più energia.

Inoltre, con l’aumentare del prezzo dei Bitcoin aumenta anche il consumo di energia, secondo Michel Rauchs, ricercatore presso il Cambridge Centre for Alternative Finance, che ha co-creato lo strumento online che genera queste stime. Ai tassi attuali, il Mining (o creazione di nuova criptovaluta) di Bitcoin divora ogni anno circa la stessa quantità di energia dei Paesi Bassi nel 2019, secondo l’Università di Cambridge e l’Agenzia internazionale per l’energia.

In più i dati dell’Università inglese mostrano che i minatori cinesi rappresentano circa il 70% della produzione. Questi tendono a utilizzare energia rinnovabile – principalmente energia idroelettrica – durante i piovosi mesi estivi, ma combustibili fossili – principalmente carbone – per il resto dell’anno. 

Musk ha aggiunto che non venderà i Bitcoin posseduti dalla sua azienda, ma  accetterà i pagamenti effettuati tramite questa moneta nel momento in cui ci sarà una transizione del Mining a una forma di produzione più sostenibile.

Si sta spianando la strada per tipologie di criptovalute maggiormente sostenibili? 

Fonti di riferimento: Cambridge Bitcoin Electricity Consumption Index / BBC / Reuters/Joule

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Redattrice su temi della sostenibilità sociale e ambientale. Laureata con lode in filosofia, ha conseguito un master di II livello in Rendicontazione Innovazione e Sostenibilità. Ha maturato esperienza nella comunicazione e nell’organizzazione di eventi presso enti profit e no profit.
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