La tragica devastazione dopo Nigeria-Ghana ci conferma che nel calcio bisogna ancora imparare a perdere

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La terrificante ondata di violenza dei tifosi nigeriani che ieri hanno trasformato lo stadio di Abuja in un campo di battaglia non è affatto un caso isolato. È solo l'ennesimo sintomo di un calcio malato, che non ha ancora imparato ad accettare le sconfitte

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Doveva essere una partita di calcio. Ma si è trasformata in una tragedia, come testimoniano le sconvolgenti immagini provenienti dallo stadio nigeriano di Abuja, dove ieri si è disputato il match Nigeria-Ghana per la qualificazione ai Mondiali del Qatar. Al termine della partita, che si è conclusa con il pareggio 1-1 e l’eliminazione della Nigeria dal campionato mondiale di calcio, è scoppiata una vera e propria guerriglia. La folla inferocita di tifosi nigeriani ha seminato il panico, distruggendo panchine, strappando le zolle di terra dal campo, e sfogando la loro rabbia su oggetti e persone.

Nel giro di pochi minuti un intero impianto sportivo è stato messo a soqquadro, mentre alcune persone sono rimaste ferite nonostante i tentativi delle forze dell’ordine di frenare quell’ondata di violenza attraverso l’uso di gas lacrimogeno.

E nella follia ha perso la vita Joseph Kabungo, un medico zambiano che si trovava lì per effettuare i controlli antidoping. L’uomo è stato picchiato senza alcuna pietà dagli ultras: inutile il tentativo di portarlo in ospedale, Kabungo è deceduto dopo poco. Una morte assurda, che ha suscitato grande indignazione. A confermare la morte del medico è stata la Federcalcio dello Zambia, attraverso una nota in cui ha fatto sapere:

“L’ufficiale medico CAF/FIFA era in servizio ad Abuja per la gara di ritorno della gara di playoff tra Nigeria e Ghana, terminata 1-1”.

In tanti lo hanno voluto ricordare l’impegno di Kabungo con un post sui social.

“È davvero triste, una pillola molto amara da ingoiare. Buonanotte J. Kabungo, fratello mio. Hai contribuito immensamente alla mia carriera nella medicina dello sport e i tuoi insegnamenti vivranno per alimentare la carriera che hai amato e servito” scrive su Twitter il collega Thulani Ngwenya, medico della  Federazione calcistica del Sudafrica (SAFA).

Nel calcio si fa ancora troppa fatica ad accettare le sconfitte

Quella di ieri è una delle pagine più nere della storia del calcio. La notizia ha fatto molto scalpore anche in Italia, ma qualcuno ne ha approfittato per vomitare odio razziale, etichettando i nigeriani come un popolo incivile e inferiore.

“È lo specchio di un popolo che da sempre danno conferme su quanto sono violenti, incivili e ignoranti. Di certo non bisogna fare di tutta un erba un fascio, ma possibile che questi hanno la nomea certificata di essere carnefici, in più sono violenti?” scrive sui social un utente.

“Vabbè. Farà parte delle loro tradizioni. Ben vengano queste esplosioni di kultura” ironizza qualcun altro.

In fondo è facile prendersela con un intero popolo, generalizzando. Ma la verità (anche se amara) è un’altra: nel mondo calcistico gli episodi di violenza non sono affatto un caso isolato, bensì quasi una costante.

Solo qualche settimana fa abbiamo assistito ai terrificanti scontri tra i tifosi in Messico durante la partita Queretaro-Atlas. Un massacro, in cui sono rimaste ferite circa 20 persone, che ha portato l’arbitro a interrompere il match.

E no, i nostri calciatori e tifosi non sono poi tanto migliori. Senza andare troppo lontano nel tempo, giusto qualche giorno fa hanno fatto il giro del web le foto delle condizioni vergognose in cui sono stati lasciati gli spogliatoi dello stadio Barbera di Palermo dai giocatori azzurri, dopo l’inaspettata sconfitta con la Macedonia del Nord.

Sporcizia e rifiuti lasciati in giro: un grande gesto di inciviltà per il quale si è poi scusato Leonardo Bonucci, dicendo: “Stavamo provando un momento di grande delusione e non abbiamo fatto caso a questi particolari che però fanno la differenza. Chiediamo scusa, di sicuro la prossima volta faremo più attenzione.”

Peccato che non si tratta di “particolari”, ma di educazione e rispetto nei confronti degli spazi comuni e degli addetti alla pulizia.

Tutti questi atteggiamenti che caratterizzano il mondo del calcio sono sintomatici di una “patologia” su cui dovremmo fermarci a riflettere di più: l’incapacità di accettare le sconfitte, con dignità ed umiltà. Perdere fa parte del gioco. E nello sport (quello con la S maiuscola) non può esserci spazio per la maleducazione e la violenza. Non possiamo più accettare di vedere gli stadi trasformarsi in campi di battaglia.

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Fonte: FAZ

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Laureata in Media, comunicazione digitale e giornalismo all'Università La Sapienza, ha collaborato con Le guide di Repubblica e con alcune testate siciliane. Appassionata da sempre al mondo del benessere e del bio, dal 2020 scrive per GreenMe

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