Il Viagra potrebbe essere efficace anche contro l’Alzheimer. Lo studio

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Il Viagra potrebbe essere un farmaco (anche) contro il morbo di Alzheimer, la malattia che porta via i ricordi di tutta una vita

Il Viagra potrebbe essere un farmaco (anche) anti-Alzheimer. Uno studio condotto da un gruppo di ricerca guidato dal Genomic Medicine Institute della Cleveland Clinic (Usa) ha infatti identificato il sildenafil (principio attivo del Viagra) come un promettente farmaco contro la terribile malattia neurodegenerativa che porta via i ricordi di tutta una vita.

La storia del sildenafil è una delle più singolari della ricerca farmaceutica e, a quanto pare, continua a stupirci: la molecola era stata infatti pensata inizialmente come terapia cardiaca. Siamo agli inizi degli anni ’90 e quel brevetto di Pfizer ha fatto davvero la storia.

Infatti la sperimentazione, che normalmente deve essere condotta con l’obiettivo di verificare l’iniziale indicazione farmaceutica (in questo caso contro i disturbi cardiovascolari), se non sembrava essere così efficace per il cuore, mostrava un “curioso effetto collaterale”, solo sugli uomini.

In effetti il principio attivo del farmaco, che doveva dilatare i vasi sanguigni del cuore bloccando una proteina chiamata PDE-5, aveva un effetto dilatatore dei vasi, ma non quelli del cuore, bensì quelli del pene, che quindi “subiva” erezioni inaspettate.

I dati erano talmente schiaccianti che Pfizer ottenne di poter cambiare in corsa l’indicazione del farmaco, che fu poi approvato dall’FDA (l’autorità Usa che regolamenta l’immissione in commercio dei farmaci) per la disfunzione erettile con il nome di Viagra, la famigerata “pillola blu”. Lo stesso principio attivo fu poi approvato anche per l’ipertensione polmonare con il nome di Revatio.

Purtroppo invece una più recente sperimentazione su donne incinte affette da insufficienza placentare è stata fermata a causa  di 11 aborti spontanei registrati a seguito della somministrazione del farmaco.

Leggi anche: Stop alla sperimentazione del viagra su donne incinte: morti 11 feti

Non finisce qui

Un nuovo studio ha infatti condotto una metodologia computazionale per vagliare e convalidare i farmaci approvati dalla FDA come potenziali terapie per il mordo di Alzheimer. In particolare, attraverso un’analisi su larga scala di un database di oltre 7 milioni di pazienti, gli scienziati hanno verificato che il sildenafil è associato a una riduzione del 69% dell’incidenza della malattia, indicando la necessità di test clinici di follow-up sull’efficacia del farmaco nei pazienti.

La terribile malattia neurodegenerativa comporta l’accumulo di proteina beta amiloide e proteine ​​tau nel cervello che provoca placche amiloidi e grovigli neurofibrillari tau, due segni distintivi dei cambiamenti cerebrali legati indotti del processo che attualmente non è possibile fermare, non esistendo trattamenti specifici nonostante molti tentativi, falliti nell’ultimo decennio.

Il morbo, che conduce più o meno rapidamente ad una demenza irreversibile e ingravescente, è una piaga che affligge tutto il mondo, e che quindi  richiede un rapido sviluppo di strategie di prevenzione e trattamento. Il riutilizzo dei farmaci – ovvero l’uso di un farmaco esistente per nuovi scopi terapeutici, offre un’alternativa pratica al processo tradizionale di scoperta dei farmaci, costoso e lungo. 

Questo documento è un esempio di un’area di ricerca in crescita nella medicina di precisione in cui i big data sono la chiave per collegare i punti tra i farmaci esistenti e una malattia complessa come l’Alzheimer – spiega Jean Yuan, direttore del programma del National Institutes of Health (NIH), che ha finanziato questa ricerca – Questo è uno dei tanti sforzi che stiamo sostenendo per trovare farmaci esistenti o composti sicuri disponibili per altre condizioni in grado di rivelarsi buoni candidati per gli studi clinici sul morbo di Alzheimer

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©Cleveland Clinic

Ma perché pensare proprio al sildenafil?

Utilizzando una vasta rete di mappatura genetica, i ricercatori hanno integrato dati genetici e altri dati biologici per determinare quale degli oltre 1.600 farmaci approvati dall’FDA potrebbe essere un trattamento efficace per il morbo di Alzheimer, individuando quelli che mirano sia alll’amiloide che alla tau. Questo perché studi precedenti avevano dimostrato come l’interazione tra amiloide e tau contribuisse maggiormente allo sviluppo del terribile morbo.

Il team ha poi utilizzato un ampio database di dati su oltre 7 milioni di persone negli Stati Uniti per esaminare la relazione tra il sildenafil e gli esiti della malattia di Alzheimer confrontando gli utenti con i non utenti. L’analisi ha incluso pazienti che utilizzavano farmaci di confronto che erano in uno studio clinico attivo sull’Alzheimer (losartan o metformina) o che non erano ancora stati segnalati come rilevanti per la malattia (diltiazem o glimepiride).

Il sildenafil – spiega Feixiong Cheng, coautore del lavoro – che ha dimostrato di migliorare significativamente la cognizione e la memoria nei modelli preclinici, si è presentato come il miglior candidato farmaco

Il team ha scoperto che gli utenti di sildenafil avevano il 69% di probabilità in meno di sviluppare il morbo di Alzheimer rispetto ai non utenti, dopo 6 anni di follow-up. Nello specifico, il sildenafil ha avuto una riduzione del rischio di malattia del 55% rispetto al losartan, del 63% rispetto alla metformina, del 65% rispetto al diltiazem e del 64% rispetto alla glimepiride.

L’uso del sildenafil si è rivelato particolarmente efficace nel ridurre tale rischio negli individui con malattia coronarica, ipertensione e diabete di tipo 2, tutte comorbidità significativamente associate in effetti al rischio della malattia.

Per esplorare ulteriormente l’effetto del sildenafil sulla malattia di Alzheimer, i ricercatori hanno sviluppato un modello di cellule cerebrali derivate dal paziente di Alzheimer utilizzando cellule staminali, scoprendo che il sildenafil aumenta la crescita delle cellule cerebrali e diminuisce l’iperfosforilazione delle proteine ​​tau (un segno distintivo che porta a grovigli neurofibrillari), offrendo approfondimenti biologici su come la molecola potrebbe influenzare i cambiamenti cerebrali legati alla malattia.

Si passerà dunque direttamente alla fase II della sperimentazione clinica, quella ove si punta a verificare l’efficacia del farmaco su piccola scala.

Il lavoro è stato pubblicato su Nature Aging.

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Fonti: Cleveland Clinic / Nature Aging

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Roberta De Carolis ha una laurea e un dottorato in Chimica, e ha conseguito un Master in comunicazione scientifica. Giornalista pubblicista, scrive per GreenMe dal 2010.

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