Tumore al cervello: trovata la ‘chiave d’accesso’ per curare la più grave forma, il glioblastloma

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Alcuni scienziati hanno replicato in vitro il glioblastloma e lo hanno fatto crescere osservandone i comportamenti e le reazioni ai farmaci.

Glioblastloma è ancora sinonimo di mortalità al 100%. Un tumore al cervello che non lascia speranze, chiuso com’è in un guscio impenetrabile. Eppure c’è chi apre le porte alla speranza di nuove terapie: alcuni scienziati hanno replicato in vitro il tumore e lo hanno fatto crescere osservandone i comportamenti e le reazioni ai farmaci.

Loro sono i ricercatori del Laboratorio di Genomica e Trascrittomica della Fondazione Pisana per la Scienza che, guidati da Chiara Maria Mazzanti, hanno condotto uno studio nell’ambito del progetto “Optical metabolic imaging of glioblastoma patient derived organoids to assess treatment response and disease progression”, che presto sarà pubblicato su una rivista scientifica di settore.

Il glioblastloma “è sempre stato una cassaforte senza combinazione, ma noi abbiamo trovato una chiave d’accesso – ha annunciato Mazzanti a La Nazione – grazie a collaborazioni internazionali e competenze multidisciplinari presenti anche qui a Pisa, come i laboratori Nest della Scuola Normale, l’Azienda Ospedaliero-universitaria di Pisa, l’Ospedale di Livorno, il Cnr”.

Il glioblastoma (gbm) è un tumore cerebrale di alto grado caratterizzato da una prognosi infausta, spesso con una sopravvivenza al di sotto dei due anni. Come si legge sul sito della Fondazione, l’eziologia e la patogenesi del GBM non sono ancora chiare. Il GBM è il tumore più comune tra le neoplasie della glia, rappresentando il 53,8% di tutti i gliomi. Tra tutti i tumori umani è uno di quelli con maggiore mortalità. Nonostante il trattamento aggressivo al momento della diagnosi, che consiste nella rimozione chirurgica seguita da radiazioni con concomitante e successiva chemioterapia adiuvante con temozolomide, il tumore si ripresenta costantemente o progredisce, con una sopravvivenza mediana di 14,6 mesi dei pazienti. Queste caratteristiche rendono il GBM il tumore più aggressivo e letale di tutti i tumori umani.

Ma ora i ricercatori potrebbero aver trovato una “chiave d’accesso”: per la prima volta sono entrati nel glioblastoma partendo da una biopsia umana.

Abbiamo fatto crescere in vitro il tumore per osservarlo mentre si sviluppa e comprenderne i meccanismi, riuscendo a creare un modello che ci permetterà di studiare il modo in cui questo tumore risponde ai farmaci”.

Così facendo, si spera che ogni paziente che ne è colpito possa avere un giorno il proprio tumore replicato in vitro per essere testato con farmaci e trovare una terapia personalizzata.

Fonte: La Nazione / Fondazione Pisana per la Scienza Onlus

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.

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