Perché alcune persone non hanno mai contratto il Covid?

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Il motivo risiederebbe nelle differenti risposte immunitarie, per cui potrebbe essere possibile che persone mai esposte al virus oppure non vaccinate siano comunque protette grazie a una antecedente immunità

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Molti di noi in questi due lunghi hanno ricevuto almeno una volta una diagnosi di positività al nuovo coronavirus (e in alcuni casi anche più di una volta nell’arco di più mesi), molti altri, invece, sembra ne siano completamente immuni. Come mai?

Se, allo stato attuale, si può pensare che gran parte della popolazione abbia raggiunto un certo livello di immunità grazie alle dosi di vaccino o a una precedente infezione (e per questo non contrarre il Covid trova una rapida spiegazione nel fatto che la protezione può derivare dallo scudo immunitario acquisito), molti studi condotti prima delle vaccinazioni hanno tuttavia evidenziato diversi fenomeni legati alla risposta immunitaria, per cui è possibile che persone mai esposte al virus e non vaccinate siano comunque protette.

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Alcuni soggetti, insomma, sembrerebbero già immuni o pre-immuni al coronavirus, pur non essendo mai stati contagiati, e quindi potrebbero non ammalarsi mai.

Gli studi

Una ricerca condotta dagli studiosi dell’Imperial College di Londra ha analizzato la cosiddetta “immunità cross-reattiva”, dovuta alla risposta del nostro sistema immunitario nei confronti di agenti virali simili a Sars-Cov-2 , (come come HCoV-OC43 e HCoV-HKU1, i coronavirus responsabili del comune raffreddore stagionale). Secondo altri studi, è anche possibile che l’infezione venga eliminata durante le prime fasi, prima che la carica virale sia in grado di raggiungere livelli tali per cui compaiono i sintomi.

Ne è un esempio lo studio condotto durante la prima ondata della pandemia, quando i ricercatori dell’University College di Londra monitorarono gli operatori sanitari regolarmente esposti a pazienti infetti, ma che non sono mai risultati positivi né hanno sviluppato anticorpi contro Sars-Cov-2. I loro esami del sangue allora misero in evidenza circa il 15% aveva cellule T della memoria cross-reattive, un tipo di linfociti in grado di ricordare il patogeno già incontrato e di riconoscere più ceppi di uno stesso patogeno, oltre ad altri marcatori di infezione virale. Potrebbe quindi darsi che i linfociti T della memoria dovuti a precedenti infezioni da coronavirus stagionali abbiano reagito in modo incrociato con il nuovo coronavirus e abbiano protetto dal Covid.

Un discorso a parte sembra invece meritare la Svezia, che non ha mai registrato numeri altissimi di contagi. Qui, Cecilia Söderberg-Nauclér, immunologa del Karolinska Institute di Stoccolma, e Marcus Carlsson dell’Università di Lund, hanno mostrato che l’incidenza dei casi di Covid in Svezia poteva essere spiegata solo in presenza di un’ampia percentuale di persone con una sorta di immunità protettiva, per cui il team di ricercatori ha esaminato i database di sequenze proteiche di virus esistenti, alla ricerca di piccoli segmenti (peptidi) simili a quelli del nuovo coronavirus, cui è probabile che gli anticorpi si leghino.

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Dai risultati è emersa l’identificazione di un peptide di sei amminoacidi in una proteina dell’influenza H1N1 che corrisponde a una parte cruciale della proteina Spike del coronavirus, suggerendo che le risposte immunitarie innescate dal virus dell’influenza H1N1 (responsabile dell’epidemia di influenza suina del 2009) e forse dai ceppi successivi correlati, possono fornire alle persone una parziale, anche se non completa, protezione contro il Covid-19. Gli anticorpi contro questo peptide sono stati rilevati nel 68% dei donatori di sangue di Stoccolma, supportando la tesi (ancora da revisionare) di un’immunità parziale cross-protettiva.

Tutto ciò non esclude che una piccola percentuale di persone potrebbe anche essere geneticamente resistente al Covid-19, come dicono alcuni ricercatori che stanno ricercando persone che non hanno contratto l’infezione nonostante siano state a contatto con persone infette nella speranza di identificare i geni protettivi.

La non infezione, in ogni caso, non è cosa nuova. Esistono rari fenomeni di resistenza alle infezioni anche per altre malattie, tra cui l’HIV, malaria e norovirus. In questi casi, la presenza di un difetto genetico significa che alcune persone non hanno un recettore utilizzato dall’agente patogeno per entrare nelle cellule, quindi non possono essere infettate.

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.

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