Frutti dimenticati: la riscoperta dell’antica varietà di pera con cui si faceva il ripieno dei Tortèl dòls di Colorno

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Conosciuta nel parmense e nel reggiano come “nobile” e nel piacentino come “lauro”, l’origine di questa varietà di pera non è ben nota. Sembra, però, che sia nata proprio in Emilia da un caso fortuito: un seme che ha dato vita a una pera apprezzata dai contadini locali, che hanno deciso di tramandarla di generazione in generazione sino ai giorni nostri

Libera Terra

Polpa dura, soda e granulosa, da consumare cotta nel vino (che profumo!) o lessata, anche assieme alle castagne. Si consuma anche come ingrediente del ripieno del tortel dols di Colorno, primo piatto tipico della cucina del parmense, o trasformata in mostarda, per accompagnare formaggi o carni: la pera nobile è qualcosa che va ben al di là del semplice immaginario, è qualcosa da tenersi bello stretto e che, udite udite, in pochi conoscono!

Proprio per questo oggi la pera nobile riceve il riconoscimento come Presidio Slow Food, un riconoscimento che celebra il lavoro di recupero di una varietà quasi perduta e l’impegno di una comunità nel valorizzare un prodotto che da sempre mantiene un forte legame con il territorio e la cucina tradizionale.

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Vogliamo conservare e rinvigorire i saperi di cui sono custodi territori e tradizioni locali. La pera nobile, con il suo bagaglio di storia e di tradizioni culinarie, merita un futuro in cui sia valorizzata a dovere, spiega Mauro Carboni, referente Slow Food del Presidio.

L’area di produzione della pera nobile Presidio Slow Food comprende tutti i Comuni delle province di Parma e Piacenza, dal fiume Po sino ai 1000 metri di altitudine.

Difficile, se non impossibile, risalire alle origini di questa varietà. Considerate le caratteristiche della pianta e quelle del frutto, dimensioni medio-piccole, buccia sottile giallo-verde con alcune sfumature rosso-rosate, peso intorno agli 80 grammi e forma conica, larga e arrotondata alla base e via via più snella avvicinandosi al picciolo, pare però probabile che sia originaria proprio dell’Emilia.

Questa varietà di pero ha certamente una storia molto lunga – sostiene Carboni. Le prime testimonianze storiche si ritrovano negli affreschi dei castelli fatti erigere dal condottiero Pier Maria Rossi, databili intorno alla metà del Quattrocento, nei quali compare la pera nobile rappresentata nella sua inconfondibile forma.

Al Settecento, invece, risale la prima testimonianza bibliografica, contenuta in un manoscritto anonimo parmense in cui la pera nobile viene descritta come un frutto “bislungo, zalletto, un poco rossetto, di pelle suttile, di sapor delicato”. È nell’Ottocento, però, che la pera nobile si afferma definitivamente: merito anche della duchessa Maria Luigia d’Austria, la duchessa buona come viene chiamata da queste parti, che pare fosse una grande estimatrice di questo frutto.

La storia dei 4 produttori

Otto anni fa, insieme alla sua compagna, Matteo Ghillani, referente dei quattro produttori che aderiscono al Presidio della pera nobile, diede vita a un’azienda agricola sull’Appennino parmense.

Ripristinando alcuni terreni incolti da anni, si imbatterono in un vecchio pero nobile, che sembrava secco, prossimo a essere abbattuto.

Su suggerimento degli anziani del paese – racconta Ghillani – abbiamo invece deciso di conservarlo: lo abbiamo potato e, senza bisogno di tante cure, si è ripreso e l’anno successivo è tornato vigoroso e produttivo. Si parla tanto di rigenerazione e di biodiversità, ma vedendo il comportamento di quella pianta e la sua capacità di resistere all’abbandono, abbiamo capito subito che quella cultivar così rustica meritava di essere difesa e salvaguardata. Ci siamo messi a studiare e abbiamo finito per innamorarci della storia del pero nobile, così abbiamo avviato il frutteto e propagato la pianta.

Oggi Matteo e Simona hanno 300 peri, ma “sommando anche gli altri produttori superiamo il migliaio di esemplari. Il pero nobile è una pianta che, invecchiando, tende ad aumentare la produzione: con le nostre 300 piante giovani abbiamo ottenuto 5 quintali di frutta, ma col tempo dovrebbero arrivare ad assicurare circa 20 kg l’una”.

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Fonte: Fondazione Slow Food

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.

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