Così le donne indigene americane stanno riscoprendo l’amaranto, l’antichissimo pseudocereale che può sfamare il mondo

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Sono alcuni anni che le donne indigene del Centro e Nord America hanno riscoperto l'amaranto uno pseudo cereale che può sfamare il mondo

Sono alcuni anni che le donne indigene del Centro e Nord America hanno riscoperto l’amaranto uno pseudo cereale che può sfamare il mondo

L’amaranto è un alimento antichissimo che negli ultimi anni è stato riscoperto ed è tornato alla ribalta anche come cibo salutista. Quello che è considerato un cereale (ma in realtà non lo è) è particolarmente prezioso e, secondo le donne indigene del Centro e Sud America che hanno ripreso a coltivarlo da alcuni anni, potrebbe addirittura sfamare il mondo!

L’amaranto è una pianta originaria dell’America settentrionale e centrale, ma viene coltivata anche in Cina, India, Sud-Est asiatico, Africa occidentale e Caraibi.  Dagli anni ’70, questo pseudocereale è diventato un popolare prodotto alimentare e cosmetico, apprezzato in tutto il mondo soprattutto dai consumatori attenti alla salute.

Le caratteristiche nutrizionali dell’amaranto sono infatti molto rilevanti: contiene tutti e nove gli amminoacidi essenziali ed è un’ottima fonte di manganese, magnesio, fosforo, ferro e antiossidanti che possono migliorare la funzione cerebrale e ridurre l’infiammazione.

Attualmente, le donne indigene del Nord e Centro America si sono unite per condividere e rilanciare la conoscenza ancestrale della coltivazione e del consumo di amaranto. La colonizzazione, infatti, le aveva separate dai loro cibi tradizionali. 

Prima che gli spagnoli arrivassero nelle Americhe, gli Aztechi e i Maya coltivavano l’amaranto come fonte proteica, ma anche per scopi cerimoniali. Quando i conquistadores arrivarono nel continente nel XVI secolo, minacciarono di tagliare le mani a chiunque coltivasse questo alimento, temendo che il legame spirituale degli indigeni americani con le piante e la terra fosse una minaccia al cristianesimo.

Eppure, gli agricoltori hanno continuato a coltivare segretamente amaranto. Un legame comunque forzatamente spezzato ma che ora sembra che gli indigeni stiano recuperando al meglio.

Come racconta un articolo su The Guardian, poco più di 10 anni fa, un piccolo gruppo di contadini indigeni guatemaltechi ha visitato la casa di Beata Tsosie-Peña, una donna indigena che vive nel nord del New Mexico. Qui, soprattutto donne Maya Achì della foresta guatemalteca di Rabinal,  hanno mostrato a Tsosie-Peña come piantare e coltivare i semi di amaranto che le avevano portato in dono.

Da allora, Tsosie-Peña ha iniziato a studiare la permacultura e altre tecniche agricole indigene e oggi coordina il programma di salute e giustizia ambientale presso Tewa Women United, dove gestisce un orto pubblico in cui si coltivano le piante discendenti da quei preziosi semi di amaranto che le sono stati donati oltre dieci anni fa. 

Sostenere gli indigeni che si uniscono per condividere la conoscenza è vitale per il movimento per la restituzione della terra, una campagna per ristabilire la gestione indigena della terra nativa e la liberazione dei popoli nativi. Il nostro cibo, la nostra capacità di nutrirci, è il fondamento della nostra libertà e sovranità come popoli della terra – ha dichiarato Tsosie-Peña.

E la donna è fortemente convinta anche delle potenzialità dell’amaranto nella lotta alla fame:

Questa è una pianta che potrebbe nutrire il mondo.

In effetti, una singola pianta di amaranto produce centinaia di semi, in grado quindi di creare nuove piante e nuovi raccolti. Tra l’altro, questo pseudocereale ha resistito anche diversi “affronti” nel corso del tempo.

In Guatemala è quasi estinto quando le forze statali hanno iniziato a prendere di mira il popolo Maya e a bruciare i loro campi, durante la guerra civile del 1960-1996. Per preservare i loro cibi tradizionali, i contadini Maya versavano manciate di semi in barattoli di vetro da seppellire nei loro campi o nascondere sotto le assi del pavimento.

Tsosie-Peña afferma che “piantarlo oggi sembra un atto di resistenza“. Ristabilire relazioni con altre comunità indigene attraverso i confini internazionali fa parte di un “più ampio movimento di autodeterminazione dei popoli indigeni“, per tornare alle “economie alternative che esistevano prima del capitalismo, che esistevano prima degli Stati Uniti“.

Persino il Roundup (a base di glifosato) ha cercato di estirpare l’amaranto ma questo pseudocereale si è mostrato resistente e in qualche modo è sopravvissuto al potente erbicida.   Leggi anche: Amaranto, la pianta giustiziera che attacca le coltivazioni Ogm di Monsanto

Anche durante la pandemia l’amaranto ha avuto un ruolo molto importante: le persone che coltivavano i propri orti ricchi di amaranto si sono sentite più sicure, nonostante i blocchi, sapendo di avere il controllo sulla loro fornitura di cibo.

Fonte: The Guardian 

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Francesca Biagioli è una redattrice web che si occupa soprattutto di salute, alimentazione naturale, consumi e benessere olistico. Laureata in lettere moderne, ha conseguito un Master in editoria

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