Bangladesh: una tragedia annunciata

Bangladesh

Una tragedia annunciata quella avvenuta a Savar, una cittadina distante una trentina di kilometri da Dhaka la capitale del Bangladesh. Il crollo di una palazzina ha causato oltre 300 morti e mille feriti. All’interno della palazzina erano presenti tre stabilimenti tessili in cui lavoravano 3000 operai, soprattutto donne.

Il settore tessile qui rappresenta circa l’80% dell’export: in Bangladesh sono oltre quattromila le fabbriche che producono abiti per i principali produttori di capi d’abbigliamento occidentali: Gap, H&M, Benetton, Mango e molti altri. Un Paese in cui bassi salari, condizioni di lavoro inaccettabili, ritmi serrati e repressione di ogni pretesa sindacale rappresentano la normalità. I sopravvissuti raccontano che i proprietari delle fabbriche che lavoravano nel palazzo crollato avevano ignorato i continui allarmi lanciati dagli operai, che denunciavano crepe sospette nei muri, costringendoli a lavorare nonostante il pericolo.

Una situazione denunciata da anni da Clean Clothes Campaign, campagna internazionale che promuove i diritti dei lavoratori del settore. «Tragedie come questa mostrano la totale inadeguatezza dei sistemi di controllo e delle ispezioni condotte dalle imprese senza il coinvolgimento di sindacati e lavoratori. Non possiamo continuare ad assistere ad un tale sacrificio di vite umane dovuto alla totale irresponsabilità di un sistema produttivo basato sulla competizione al ribasso», dice Deborah Lucchetti coordinatrice di Abiti Puliti (la sezione italiana della Clean Clothes Campaign). «Le famiglie delle vittime e dei i feriti rimaste senza reddito e supporto ora hanno diritto a cure adeguate e un risarcimento appropriato da parte delle imprese coinvolte per gli irreparabili danni subiti, oltre a giustizia immediata e assunzione di responsabilità da parte di tutti coloro che dovevano prevenire questa carneficina».

Una tragedia annunciata per Abiti Puliti, che ripropone il “Bangladesh Fire and Building Safety Agreement“, un memorandum messo a punto da Clean Clothes Campaign e le principali sigle sindacali, che prevede un programma specifico di azioni che include ispezioni indipendenti negli edifici, formazione dei lavoratori in merito ai loro diritti, informazione pubblica e revisione strutturale delle norme di sicurezza.

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