I lombrichi, amici della terra

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Il mio primo vero contatto con i lombrichi risale ai tempi delle scuole elementari, quando è cominciata ad affacciarsi alla mia mente l’idea di diventare veterinaria.

Durante le belle giornate di sole era abitudine per noi bambini trascorrere un’oretta dopo pranzo nel cortile della scuola prima di ricominciare con le lezioni, ed è proprio in quei 60 minuti che si svolgeva il mio salvataggio (almeno così io credevo) dei miei amici lombrichi: i compagni di classe maschi erano gli addetti alla ricerca di questi animali, mentre io e la mia migliore amichetta Greta (anche lei possibile futura veterinaria) allestivamo un rudimentale recinto con bastoncini di legno, i confini della clinica ospedaliera dove li avremmo analizzati, accuditi e quindi curati. Ribrezzo davanti alle loro sembianze, alle loro movenze, al loro corpo viscido? Macché! Ero così convinta delle mie buone intenzioni che mi era persino incomprensibile l’evidente disgusto che invece avvertivo in Greta: “Ma no! Guarda come si fa!” prendendone uno in mano e aspettando che anche lei facesse lo stesso. Peccato però che sapessimo poco o nulla di questi animali, e così, al richiamo della maestra per ritornare in classe, salutavamo i nostri “pazienti”, orgogliose del nostro operato; nulla di più deludente quando il giorno successivo trovavamo tutti i lombrichi lì dove li avevamo lasciati, secchi al sole. Ma anche questa atroce fine non ci demordeva, anzi, stimolava ancora di più la nostra voglia di compiere del bene (e sì, perché la morte dei nostri animaletti doveva essere dovuta sicuramente a qualche cattiva fatalità, non alle nostre amorevoli “cure”), e così giorno dopo giorno il tutto si ripeteva come da copione. Ora mi viene da sorridere ripensando a tutto ciò, ma non so a quanto ammonta il numero dei lombrichi che sono morti così, “in nome della scienza” ma soprattutto per soddisfare quel mio grande desiderio che già all’età di 7-8 anni era vivo dentro di me: diventare veterinaria (per Greta invece deve essere stato proprio questo “ripugnante” nostro primo approccio con il mondo degli animali che le ha fatto cambiare idea riguardo a ciò che avrebbe voluto fare da grande).

Ma ecco che a distanza di qualche decina d’anni il mondo dei lombrichi si è affacciato per la seconda volta alla mia porta, stuzzicando nuovamente la mia curiosità. “Poverini!” direte voi. E invece no, questa volta sono stati loro ad attirare la mia attenzione e a stimolare il desiderio di conoscerli meglio. Tutto è cominciato in questo ultimo mese e mezzo, cominciando a collaborare in un orto in cascina qui in città: sparpagliati qua e là su tutta la superficie di terra vedevo tanti piccoli cumuli di… terra? Feci?… “E’ opera dei lombrichi” mi hanno risposto, cercando di colmare la mia forte ignoranza in campo agricolo. E da lì ho voluto saperne di più su questi animali, e devo dire che mi hanno veramente affascinato; spero che anche voi riusciate ad andare al di là del primo (un po’ disgustoso) impatto.

Il genere Lumbricus comprende circa 700 differenti specie di anellidi terrestri, i quali si nutrono principalmente di residui organici che trovano sul terreno; alcuni vivono negli strati più superficiali, mentre altri (come il Lumbricus terrestris) si spingono più in profondità scavando lunghe gallerie permanenti nel terreno e che rimangono tali anche per diversi anni. Queste gallerie, che possono raggiungere la lunghezza di 2-4 metri, permettono i movimenti idrici nel terreno ed una sua maggiore areazione, rendendo la terra più umida, soffice, leggera e fertile e quindi favorendo la crescita di piante rigogliose. Inoltre, strisciando nel suolo, i lombrichi ingeriscono grandi quantità di terra, digeriscono la componete organica, ricavano sostanze utili per il loro sostentamento, ed eliminano invece materiale di scarto sotto forma di caratteristici cumuli (quelli che io vedevo, e vedo, nell’orto); questo materiale (chiamato hummus), particolarmente ricco di sostanze, è un ottimo fertilizzante naturale, e i lombrichi ne producono quotidianamente una quantità pari al peso del suo corpo. Possiamo quindi dire che i lombrichi svolgono un ruolo molto importante nell’ecosistema.

Inoltre, quel loro corpo che all’apparenza sembra tanto rudimentale, è invece altamente specializzato, infatti sono proprio le sue peculiari caratteristiche anatomiche e fisiologiche che gli permettono di vivere in determinate condizioni:

non possiedono occhi, ma riescono a distinguere il buio dalla luce grazie a cellule fotorecettrici poste sul capo

– su tutto il corpo possiedono cellule specializzate per il tatto che gli permettono di distinguere la terra dalle pietre e di percepire le vibrazioni che arrivano dal mondo esterno, possibile segnale di pericolo

non sono dotati di polmoni, e la respirazione avviene attraverso tutto il corpo; tutto ciò avviene però solo se la pelle rimane umida, ed è per questo che fuori dal terreno i lombrichi muoiono per soffocamento (la tragica fine a cui io li costringevo, come prima raccontato).

Lo stesso si verifica anche quando c’è troppa acqua, ed è per questo motivo che quando piove è più facile vedere i lombrichi sulla superficie del terreno, perché scappano dalle gallerie allagate

il loro movimento nel terreno è reso possibile da gruppi di muscoli, longitudinali e circolari, alla cui contrazione i lombrichi si accorciano o si allungano

– sono dotati di un sistema circolatorio molto sviluppato ed efficiente, possedendo ben 5 cuori

Ed ancora i lombrichi:

sono in grado di rigenerarsi, ma questa loro caratteristica è influenzata dal punto in cui si verifica la ferita e dalla taglia del frammento che rimane; se la sezione avviene in corrispondenza del clitello (quell’anello rigonfio facilmente distinguibile nella parte centrale del corpo del lombrico), la rigenerazione della parte mancante non si verifica

– sono ermafroditi insufficienti, nel senso che presentano entrambi gli organi sessuali, maschile e femminile, ma necessitano di un compagno per l’accoppiamento: i due lombrichi si fecondano reciprocamente e contemporaneamente, disponendosi in posizione opposta uno rispetto all’altro; lo scambio di gameti avviene a livello del clitello. Inoltre sono ovipari (leggi anche “Ovipari vivipari o ovovivipari?“)

Provate ancora disgusto per questi animali? Cercate di guardarli ora con un occhio diverso, come un alleato fondamentale per il bene della terra, un amico dell’agricoltore. Già Charles Darwin, grande naturalista britannico, alla fine dell’800 dedicò parte dei suoi studi ai lombrichi, scrivendo persino un saggio sulla capacità di questi animali di rendere fertile e rigogliosa la terra, e quindi coltivabile per l’uomo: “Nella storia del mondo i vermi hanno svolto un ruolo più importante di quanto molti possano di primo acchitto supporre” (Charles Darwin, 1881).

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