Il sacro fiume Gange torna a gonfiarsi di cadaveri, mostrando tutta la drammatica povertà dell’India rurale

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In India, dal sacro fiume Gange riaffiorano cadaveri abbandonati, molti dei quali sono vittime del Covid. Un dramma senza fine.

Il fiume Gange è il metro di misura del dramma umano e sanitario che sta attanagliando l’India, gravemente colpita dalla pandemia di Covid-19, che dalle grandi città si propaga nelle aree rurali. Già nel 1918, quando la grande pandemia influenzale uccise in India circa 18 milioni di persone, l’acqua di questo simbolico e sacro fiume indiano emanava il fetore della morte. La storia sembra ripetersi, purtroppo. 

Al 19 maggio, il bilancio ufficiale delle vittime della pandemia di coronavirus dell’India, letteralmente travolta dalla seconda ondata di coronavirus, è di 4.529 persone decedute a causa del Covid-19. Un record assoluto. Mai così tante vittime erano state registrate in un solo giorno nel mondo dall’inizio della pandemia. Ad aggravare il quadro, gli esperti ritengono che il numero di persone decedute in India per il Covid-19 sia stato addirittura sottostimato e che la cifra si debba almeno quintuplicare.

@Reuters

Quei cadaveri gettati nel Gange

Nelle ultime due settimane, i cadaveri recuperati dalle acque del fiume Gange sono stati innumerevoli. Sarebbero oltre 2.000, secondo quanto riportato dai residenti e dai media locali. In particolare, il tratto del Gange che attraversa i poveri stati rurali dell’Uttar Pradesh e Bihar ha visto un’ondata di casi di questo tipo; alcuni cadaveri sono stati sepolti sotto la sabbia, a scarsa profondità, nei pressi della riva del fiume.

Non sappiamo se quei corpi abbandonati nel Gange siano tutti di persone morte a causa del Coronavirus, ma le autorità governative assicurano che molti sarebbero deceduti a causa della pandemia. Dove la povertà domina, come nell’Uttar Pradesh, chi non ha denaro sufficiente o non è nelle condizioni di cremare i propri cari ricorre alla tradizione locale di immergere i cadaveri nel Gange oppure li sotterra in tombe sabbiose.

Paura e terrore nell’Uttar Pradesh

Nell’Uttar Pradesh, la polizia locale sta tentando di vietare questa pratica di gettare i cadaveri nel fiume sbarrando con reti e recinzioni l’accesso al Gange nelle zone al confine tra Uttar Pradesh e Bihar, ma altre zone sfuggono ai controlli. Soprattutto nei villaggi rurali dell’India — dove risiede il 65% della popolazione del paese e dove le più essenziali infrastrutture sanitarie sono carenti o assenti — la situazione è oramai fuori controllo.

L’Uttar Pradesh, che vanta una popolazione di 235 milioni di persone (superiore a quella del Brasile), è composto da villaggi rurali i cui disgraziati residenti muoiono a ritmo incontrollato, entro pochi giorni dall’emergere di sintomi quali tosse, febbre o mancanza di respiro, senza aver mai potuto effettuare un test Covid. Il governo locale, in realtà, ha promosso l’iniziativa di fare i test porta a porta nei villaggi, ma non è ancora riuscito ad avere un’impatto capillare sul territorio, tralasciando in molti casi le aree più remote.

Un dramma senza precedenti

L’India è un grande paese, una grande ma fragile democrazia messa in ginocchio dal Covid-19. La morte si fa sentire ancora di più laddove la corruzione, l’inefficienza amministrativa e rituali religiosi (Holi) che tollerano assembramenti prevalgono sul buonsenso e la legalità e laddove il servizio sanitario nazionale non è solido e la povertà è dilagante.

La Commissione nazionale per i diritti umani dell’India ha chiesto di emanare una legge speciale per garantire il rispetto della dignità dei cadaveri abbandonati.

Le persone più povere dell’India, lasciate a se stesse nonostante siano più vulnerabili, continuano a necessitare di aiuto e assistenza. Con il costo della legna alle stelle, cremare un familiare costa 40-50mila rupie, ma il salario mensile medio di un operaio non supera le 5mila rupie. Ciò spiega, almeno in parte, l’orrore dei cadaveri non identificati fluttuanti nel Gange.

Dal canto suo, la comunità scientifica ha messo in allerta le autorità statali sui gravi rischi correlati alla pratica di gettare i cadaveri nel Gange o nei suoi affluenti, che rappresentano le principali fonti di acqua potabile per molti villaggi, in particolar modo durante l’attuale emergenza sanitaria.

Fonti: Rfi/India Today

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Donatella Vincenti. Laureata in Lingue e Scienze Politiche, nel 2017 ha conseguito un dottorato alla Luiss sulla transizione ecologica nel mondo arabo-islamico. Nel 2015 ha curato la rubrica "Green Islam" per la webradio Radio Bullets.

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