Anticorpi monoclonali anti Covid-19: cosa sono, come funzionano, chi potrà essere curato così

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Via libera agli anticorpi monoclonali anti Covid-19: si potranno usare come trattamento delle infezioni ad alto rischio di ospedalizzazione

Via libera agli anticorpi monoclonali anti Covid-19: si potranno usare come trattamento delle infezioni ad alto rischio di ospedalizzazione. Ma in cosa consiste questo farmaco, una cura a tutti gli effetti dell’infezione che ha colpito tutto il mondo? Facciamo chiarezza.

Gli anticorpi monoclonali rappresentano un trattamento delle infezioni (e non solo) in generale molto efficace perché “diretto al bersaglio”. Il farmaco infatti introduce nell’organismo le difese immunitarie necessarie alla cura dell’infezione prima che queste vengano prodotte dall’organismo stesso, bloccando l’avanzata della malattia.

A differenza del vaccino, questo è un trattamento per chi ha, purtroppo, già contratto l’infezione e rappresenta in un certo senso l’evoluzione del plasma iperimmune di cui si è parlato tanto nel corso della prima ondata di Covid-19, essendone di fatto la parte realmente curativa (Leggi anche: Crisanti: Plasma? La vera svolta sarebbe riprodurre gli anticorpi in laboratorio (come l’antitetanica))

Come funzionano gli anticorpi monoclonali e a chi vengono somministrati quelli anti Covid-19

Gli anticorpi monoclonali riconoscono l’agente patogeno, lo bloccano, “mangiandolo”, o meglio disattivandolo. Come un portiere impedisce che la palla finisca in rete, così gli anticorpi bloccano l’avanzata dell’infezione prima che questa degeneri.

Nel caso del Covid-19, tale degenerazione è in alcuni casi particolarmente probabile (soggetti anziani e/o affetti da precedenti patologie), condizione che rischia di rendere il trattamento meno efficace. Ecco perché questo è consigliato il prima possibile nei casi in cui il rischio di aggravamento della sintomatologia appare piuttosto concreto.

La “storia” degli anticorpi monoclonali anti Covid-19

Il trattamento dell’infezione da SARS CoV-2 con anticorpi monoclonali ha fatto molto discutere e la sua storia parte della prima ondata della pandemia, quando diversi istituti di ricerca, sulla scia di precedenti infezioni, concentrarono la loro attenzione sulla possibilità di purificare gli anticorpi dal plasma dei pazienti guariti.

Anche il nostro Spallanzani ha portato avanti una ricerca in tal senso (Leggi anche: Trovati i super anticorpi contro il coronavirus: potrebbe bastare un’iniezione per essere protetti per sei mesi. Lo studio tutto italiano), accanto ad altri presidi preventivi, tra cui un possibile vaccino che recentemente ha iniziato gli studi di Fase 2 (l’eventuale approvazione non arriverà, dunque, prima dell’estate).

Ma a novembre è un’azienda statunitense a ricevere per prima un’autorizzazione al commercio: l’FDA ha infatti dato il via libera agli anticorpi della Eli Lilly&Company, per somministrazione in emergenza contro il Covid-19 da lieve a moderato in pazienti adulti e pediatrici (Leggi anche: Covid-19, l’FDA autorizza l’utilizzo di anticorpi monoclonali come terapia di emergenza).

Il farmaco ha un nome, Bamlanivimab, e viene prodotto anche in un’azienda farmaceutica di Latina, la BSP Pharmaceuticals, che una collaborazione consolidata da anni proprio con la Eli Lilly&Company.

L’ok (con limitazioni) dell’Aifa

Con un recente ok “condizionato” del nostro Comitato Tecnico Scientifico (CTS) per l’emergenza coronavirus, il farmaco potrà ora essere usato anche in Italia, all’interno dei Sistemi Sanitari Regionali per il trattamento delle forme non (ancora) ospedalizzate del Covid-19.

L’ok non è dunque del tutto “pieno”. Il parere, adottato lo scorso 4 febbraio e pubblicato sul sito dell’Agenzia, recita infatti:

“…la CTS, pur considerando l’immaturità dei dati e la conseguente incertezza rispetto all’entità del beneficio offerto da tali farmaci, ritiene, a maggioranza, che in via straordinaria e in considerazione della situazione di emergenza, possa essere opportuno offrire comunque un’opzione terapeutica ai soggetti non ospedalizzati che, pur avendo una malattia lieve/moderata risultano ad alto rischio di sviluppare  una forma grave di Covid-19  con conseguente aumento delle probabilità di  ospedalizzazione e/o morte. Si tratta, in particolare, di un setting a rischio per il quale attualmente non è disponibile alcun trattamento standard di provata efficacia”.

La sperimentazione infatti non è stata ancora condotta in ogni sua parte ma, come nel caso dell’approvazione dell’FDA in Usa, il farmaco offre una possibilità a chi altre possibilità non ne ha, garantendo comunque sicurezza e un rapporto rischio/beneficio vantaggioso.

L’Aifa aveva però specificato a fine dicembre che l’autorizzazione emergenziale concessa negli Usa prevede un livello di evidenze scientifiche inferiore rispetto all’approvazione (completa o condizionata) effettuata da EMA, l’agenzia europea, che sta effettuato una review completa di tutti gli studi condotti sul trattamento, l’ultimo dei quali pubblicato su The New England Journal of Medicine.

Per ora, intanto, esiste una speranza in più.

Fonti di riferimento: Aifa / Ema /  The New England Journal of Medicine / Roberto Speranza/Facebook

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Roberta De Carolis ha una laurea e un dottorato in Chimica, e ha conseguito un Master in comunicazione scientifica. Giornalista pubblicista, scrive per GreenMe dal 2010.

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