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Walmart, Ikea, Amazon: 15 rivenditori sono responsabili di milioni di tonnellate di inquinamento

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Sono notizie inquietanti quelle rivelate dal rapporto “Shady Ships” secondo cui 15 aziende, da sole, sono responsabili di milioni di tonnellate di inquinamento prodotte da pratiche di navigazione inquinanti. Il risultato? Quantità enormi di ossido di zolfo, protossido di azoto e particolato. Tra queste, ci sono anche colossi del calibro di Walmart, Amazon e Ikea.

Lo studio pubblicato da Pacific Environment e Stand.earth è il primo studio a quantificare gli impatti ambientali e sulla salute pubblica da parte di alcuni dei più grandi rivenditori americani che fanno affidamento sulla produzione all’estero e sulla spedizione transoceanica alimentata da combustibili fossili.

Solo 15 società di vendita al dettaglio hanno introdotto 12,7 milioni tonnellate di emissioni di anidride carbonica (CO2) nell’atmosfera attraverso le loro importazioni marittime negli Stati Uniti in 2019. È l’equivalente di 3 centrali elettriche a carbone o all’energia necessaria per alimentare 1,5 milioni di case americane.

Collettivamente, i principali importatori di merci statunitensi sono responsabili dell’emissione di ossido di zolfo, protossido di azoto e particolato pari a quello di decine di milioni di veicoli ogni anno. Tali emissioni sono tra quelle più pericolose sia per il clima che per la salute umana, contribuendo all’asma, al cancro e alla morte prematura e aumentando il rischio di mortalità da malattie respiratorie come il covid-19.

Incrociando i dati sulle emissioni delle singole navi, i ricercatori sono stati in grado di stimare l’inquinamento associato a ciascuna unità di carico sulle comuni rotte di navigazione e, per la prima volta, hanno assegnato tali emissioni alle società al dettaglio. Walmart, ad esempio, è stata responsabile di 3,7 milioni di tonnellate di Co2 attraverso le pratiche di navigazione nel 2019. Un numero che da solo non sembra dire nulla ma basti pensare che equivale a una quantità di inquinamento maggiore rispetto a quella prodotta da un’intera centrale elettrica a carbone  in un anno. Nel mirino dell’indagine sono finite anche aziende come IKEA e Amazon, anch’esse responsabili di una grossa fetta di emissioni climalteranti. Come sintetizza la tabella che segue, Ikea nel 2019 ha prodotto 412 mila tonnellate di Co2 e Amazon 391mila, finendo nella top ten dei rivenditori più inquinanti.

tabella importazioni emissioni

@stand.earth

Purtroppo, rivela lo studio, il mercato delle spedizioni di merci transoceaniche è cresciuto negli ultimi decenni e la pandemia ha accelerato la tendenza verso gli acquisti online. Oggi, oltre 50.000 navi mercantili trasportano circa l’80% delle merci globali, e si prevede che i volumi di quelle trasportate dalle navi cresceranno fino al 130% entro il 2050. Inutile dire che ogni singola nave mercantile in questo momento funziona con combustibili fossili.

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E a farne le spese siamo noi, come ha confermato Madeline Rose, direttore della campagna per il clima per l’ambiente del Pacifico:

Le principali aziende di vendita al dettaglio sono direttamente responsabili dell’aria sporca che ammala i nostri giovani di asma, porta a migliaia di morti premature all’anno nelle comunità portuali statunitensi e aumenta l’emergenza climatica. Chiediamo che queste pratiche cambino.

Di fronte ai profitti record, i principali rivenditori e le loro compagnie di navigazione non hanno scuse per non investire in modi più puliti di fare affari, – ha aggiunto Gary Cook, Global Climate Campaigns Director di Stand.earth. – È tempo che giganti della spedizione al dettaglio come Amazon e IKEA smettano di spostare i loro prodotti su navi alimentate a combustibili fossili e si impegnino a spedire al 100% a zero emissioni entro il 2030.

Per questo, gli autori dello studio hanno anche lanciato la campagna “Ship It Zero”, invitando i più grandi importatori marittimi e le società più note a spostare i loro prodotti dalle navi alimentate a combustibili fossili al trasporto marittimo a zero emissioni al 100% in tempo per contribuire a mantenere il riscaldamento globale sotto gli 1,5 gradi Celsius.

Per leggere il report completo, clicca qui

Fonti di riferimento: stand.earth

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Giornalista pubblicista specializzata in Editoria, Comunicazione Multimediale e Giornalismo. Nel 2011 ha vinto il Premio Caro Direttore e nel 2013 ha vinto il premio Giornalisti nell’Erba grazie all’intervista a Luca Parmitano.
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