MDI-AIRPod

Un'auto che virtualmente produce zero emissioni, non contribuisce nemmeno con un grammo all'inquinamento dell'aria: Logicamente, non ha bisogno di carburante (nel senso come lo intendiamo noi) per muoversi. Niente che non sia l'aria compressa. È un'idea che sembra nascere da un misto di fantascienza e sogno tecnologico. Eppure, nel mondo esistono veicoli di questo tipo: vetture ad aria compressa, che hanno solo bisogno di piccoli motori alimentati dalle bombole. Vetture futuristiche, certo. E che chissà se un giorno vedremo davvero su strada.

In questi giorni, la tecnologia dell'aria compressa applicata all'autotrazione, che periodicamente fa parlare di sé, è relativamente tornata agli onori della cronaca, grazie a due reportage effettuati dalla televisione lussemburghese RTL e dalla americana CNN alla MDI, azienda pioniera dell'alimentazione ad aria compressa, per saperne di più sull'AirPod, il primo modello al mondo con questa alimentazione che sembra pronto a entrare in commercio.

Una eterna promessa: che il 2011 sia l'anno buono?

Secondo dei rumors pubblicati sul portale autoariacompressa.com, che nei mesi scorsi ha dato vita a un “gruppo d'acquisto” che conta 300 iscrizioni, entro marzo 2011 dagli stabilimenti svizzeri di Reconvilier usciranno i primi esemplari dell'Airpod, la citycar ad aria compressa prodotta dalla francese MDI, con sede a Nizza. Si parla di un volume produttivo di circa 150 veicoli al mese, per raggiungere a pieno regime le 700 unità. Sarà la Svizzera, dunque, la Nazione che si aggiudicherà la palma di capofila nella vendita di vetture ad aria compressa. Purtroppo, nulla da segnalare per l'Italia.

Airpod

Come funziona

Tecnicamente, il principio da seguire per il funzionamento di un motore ad aria compressa è simile a quello per i motori a scoppio. Il carburante – l'aria compressa, appunto – viene immagazzinata all'interno di serbatoi capaci di contenerla a pressioni elevate (sui 300 bar). L'apertura del serbatoio consente all'aria di essere inviata all'interno di una camera, per l'alimentazione di una turbina a sua volta a contatto con i pistoni per mezzo di un albero motore. La rotazione della turbina mette in funzione l'albero, e dà il via al moto dei pistoni.

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La questione, a questo punto, è: come produrre il “carburante”? Il nodo cruciale sta nel fatto che occorre reperire delle fonti “pulite” per l'energia da immagazzinare. La produzione di aria compressa, infatti, viene svolta con l'ausilio di specifici compressori, alimentati per lo più dall'energia elettrica. E cosa si usa per far funzionare i compressori? Se si utilizzano impianti a basso impatto ambientale, ecco che la questione trova una sua relativa soluzione. Altrimenti, sarebbe come spostare il problema dell'inquinamento, senza un risultato concreto: da un lato, la vettura ad aria compressa inquina meno di un'auto “tradizionale”. Ma se per muoverla bisogna impiegare energia prodotta da impianti poco “puliti”, è un po' come tornare al punto di partenza.

Attenti al ghiaccio

Resta, poi, un altro nodo da superare: la reale efficienza del motore ad aria compressa rispetto alle unità “tradizionali”. Nel caso delle vetture realizzate dall'ingegnere francese e amministratore delegato della MDI Guy Nègre (antesignano di questa tecnologia, già presentata nel 2001 al Motor Show di Bologna), le attuali auto ad aria compressa raggiungono una efficienza del 70%, dunque almeno in teoria oltre due volte maggiore rispetto ai motori a scoppio, che raggiungono un rendimento teorico del 30% circa.

Ma il problema da prendere in maggiore considerazione è quello della formazione di ghiaccio all'interno del motore. È una legge fisica: per l'espansione di un gas, si sottrae calore all'ambiente (tanto per fare un esempio: le celle dei frigoriferi vengono raffreddate grazie all'espansione dei gas). Nei motori, l'aria si raffredda fino a -40°. Si può, dunque, comprendere come anche la minima formazione di condensa nell'aria favorirebbe il formarsi di ghiaccio nel motore. Per ovviare a questo inconveniente, si può utilizzare una tecnologia a diversi stadi: si fa espandere l'aria fino a una certa pressione – inferiore rispetto alla pressione nelle bombole, la si fa riscaldare e si inizia un nuovo ciclo. In questo modo, si arriva alla corretta pressione atmosferica senza che si formi ghiaccio.

Piergiorgio Pescarolo





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