L_auto_che_sara

Come sarà l'auto del futuro? Ma soprattutto, ci sarà ancora l'auto nel futuro? Domande su cui in molti si interrogano. A cercare di dare una risposta è un libro fresco di stampa, "L'auto che sarà. Il futuro della mobilità" (Egea, 2010), che fin dalla copertina strizza l'occhio al green.

Eh sì, perché se ci sarà  un'auto in futuro con cui spostarsi e viaggiare non potrà che essere amica dell'ambiente, cosa che oggi nella stragrande maggioranza dei casi non è. La tecnologia dell'automobile, cioè quel motore a scoppio che, una volta "bevuta" un po' di benzina, la fa camminare grazie alla successione delle fasi di aspirazione-compressione-scoppio-scarico, è a dir poco vetusta. È nata grosso modo 150 anni fa e in questo lunghissimo periodo di tempo sostanzialmente non si è evoluta gran che, mentre il mondo è profondamente cambiato, innumerevoli tecnologie hanno fatto passi da gigante e altre innumerevoli sono nate e si sono sviluppate. Come mai?

È soprattutto su questo argomento che riflette l'autore del volume, Enzo Argante, giornalista, scrittore (fra gli altri ha già dato alle stampe "L'ecobusiness ci salverà?", un dialogo con il fondatore di Lifegate, Marco Roveda), esperto di responsabilità sociale d'impresa, green economy e comunicazione, presidente di Pentapolis. E curatore della trasmissione radiofonica "Ferry boat, in viaggio verso l'economia sociale" in onda ogni sabato pomeriggio alle 15.30 dai microfoni di Radio24.

Enzo_Argante

«Il libro è una sorta di reportage: per alcuni mesi», racconta Argante, «ho fatto ricerche sulla rete, interviste, ho letto molto partendo da una considerazione personale legata al fatto che ho abbandonato l'uso dell'auto, ora uso i mezzi e mi son reso conto improvvisamente che quello dell'uso dell'automobile è un grande abbaglio collettivo e storico. Così ho fotografato la situazione vista da quell'ottica».

Quello che viene fuori nelle circa 160 pagine del libro sono cose che si sanno ma che raramente si mettono in fila una dopo l'altra, forse perché si dovrebbero mettere in discussione abitudini di vita troppo radicate. Cosa che invece Argante fa nel suo libro. Si dovrebbe riflettere, ad esempio, sul fatto che l'auto è un mezzo molto pericoloso, fra le principali cause di mortalità, fonte anche di stress e litigi quotidiani. Si paga profumatamente e spesso non si sa dove mettere quando non si è a bordo. E, nell'era di internet, è un mezzo che non ha relazioni con gli altri mezzi o con il territorio in cui si muove: l'auto non è connessa in rete.

La situazione che ogni giorno è sotto gli occhi di tutti è fatta di macchine parcheggiate ovunque e di traffico impazzito, «perché abbiamo vissuto l'era compulsiva del "comprate l'automobile" e basta anziché una politica diversificata sul territorio. A Curitiba, in Brasile», fa notare Argante, «già vent'anni fa hanno stabilito che la scelta da fare era sul trasporto pubblico. A Manhattan ti proibiscono di portare la macchina in centro. A Londra il 30% degli abitanti possiede l'auto, a Roma e Milano e in Italia in generale siamo oltre il 70%».

Dunque, che fare? Ripercorrendo il passato dell'auto e analizzando il suo assai contrastato presente, il volume cerca di delineare ciò che ci porterà il futuro, cioè qualcosa di diverso. L'auto di domani non potrà che essere tecnologica, non inquinante, più sicura, con un impatto sull'ambiente ridotto al minimo. E c'è anche, nel lavoro di Argante, una visione geopolitica finale del futuro senza petrolio, eventualità ormai data per certa, anche se non si sa esattamente tra quanti anni si manifesterà, un'analisi della dipendenza dai Paesi arabi produttori di petrolio e la pre-figurazione di alcuni dei modi più iper-futuristici di concepire l'automobile, ad esempio ad aria compressa o ad energia magnetica.

«Il messaggio vero del libro», conclude Argante, «è che la politica della mobilità sostenibile vede l'automobile come solo uno degli elementi, perché c'è da ridisegnare il quadro nel suo complesso. L'era dell'automobile a tutti i costi è finita. Quella che ci sarà domani sarà un'altra cosa, la chiameremo in un'altra maniera: da oggi in poi non bisogna più investire in raddoppi di corsie autostradali, ma nella mobilità sostenibile in tutte le sue forme». Difficile non essere d'accordo.

Andrea Di Turi




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