Fonte Foto: healthland.time.com

L'Università della California è intensamente impegnata nel rendere maggiormente sostenibile l'offerta delle mense scolastiche dei propri campus sparsi sul territorio nazionale. Già da alcuni anni infatti i direttori dei refettori universitari hanno appurato come una buona percentuale di studenti abbia iniziato a rifiutare fast-food e piatti pronti o poco curati a favore di alimenti più salutari, spesso biologici o a chilometri zero.

Il cibo è uno dei maggiori strumenti attraverso cui gli universitari americani si avvicinano al tema della sostenibilità ambientale. Tale interesse ha dato il via ad un miglioramento dei servizi di mensa in dieci campus ed in cinque scuole di medicina californiane. Esso comprende una maggiore attenzione all'efficienza energetica, alla riduzione dei rifiuti prodotti ed alla provenienza delle materie prime impiegate in cucina. Si preferiscono alimenti locali, biologici e prodotti seguendo standard di elevata qualità.

Il miglioramento dell'offerta proposta dalle mense universitarie si è trasformato in una vera e propria sfida per i campus californiani. Seguendo i dettami della "Real Food Challange", e rispettando punto per punto il regolamento da essa stabilito, le mense degli istituti interessati dovranno raggiungere entro il 2020 l'obiettivo di adeguare ai nuovi standard il 20% dei propri acquisti alimentari. Gli acquisti dovranno essere rivolti verso alimenti provenienti dal commercio equo e solidale, da agricoltura biologica, da realtà locali e da allevamenti sostenibili.

I campus di Santa Cruz, Berkeley, Davis, Santa Barbara e San Diego hanno già superato la soglia del 20% lo scorso anno e mirano a raggiungere l'obiettivo del 40% entro il 2020. I campus si sono inoltre impegnati a limitare la quantità del cibo scartato ed inevitabilmente gettato nella spazzatura, cercando di ridurre le porzioni standard dei pasti serviti, che risultavano eccessive.

Di fronte al nuovo orientamento delle mense californiane, le catene di fast-food statunitensi più legate alle realtà universitarie, tra cui Domino e Burger King, potrebbero vedere surclassati i loro privati di vendita. Pare però che al momento le loro reazioni non siano state eclatanti. Alcune catene impegnate nell'offerta di cibi pronti hanno proposto alle università di offrire alimenti in contenitori biodegradabili, ma i responsabili del nuovo progetto pare non siano pienamente convinti che tale cambiamento possa essere considerato realmente sostenibile.

Entro il 2020 quasi la metà degli ingredienti impiegati dalle mense potrebbe provenire dunque da negozi a conduzione famigliare, da aziende agricole biologiche, da allevamenti sostenibili e da altre realtà locali, con un deciso freno nei confronti di piatti pronti e cibo confezionato o surgelato. Davvero un cambiamento considerevole per quella che da secoli è ormai considerata la patria di take-away e fast-food.

Marta Albè

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