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Svelati i costi nascosti della carne italiana, la paghiamo molto di più del prezzo esposto

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Quali sono gli impatti ambientali e sanitari del consumo di carne in Italia? Dalla prima indagine indipendente condotta nel nostro Paese emerge uno scenario poco rassicurante. È di ben 36,6 miliardi di euro il costo “occulto” dei danni provocati sia sull’ambiente sia sulla sanità dalla filiera della carne. Si tratta di una cifra esorbitante, seppur calcolata per difetto, cioè senza tener conto di tutte le carni consumate, né di tutte le patologie potenzialmente associabili al loro consumo.

Lo studio intitolato #Carissimacarne, commissionato dall’associazione LAV (Lega Anti Vivisezione), è stato condotto da Demetra, società di consulenza in ambito di ricerca scientifica sulla sostenibilità, con la metodologia del cosiddetto Life Cycle Assessment (che permette di quantificare i potenziali impatti sull’ambiente associati a un bene o servizio, a partire dal consumo di risorse e dalle emissioni).

Gli animali più macellati in Italia

Sono circa 600 milioni gli animali che vengono macellati ogni anno in Italia. L’animale più allevato nel nostro Pese è il pollo (73% di tutti gli animali vivi al momento del censimento), seguito da tacchino (12%) e maiale (4%). Lo studio commissionato da LAV si è concentrato sulle carni maggiormente diffuse nel nostro Paese, ma ciò non deve far dimenticare gli altri milioni di animali, come i conigli, i cavalli e gli ovi-caprini che ogni anno vengono allevati e uccisi.

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@LAV

Consumo di carne: i costi ambientali nascosti

Come si legge nel report dello studio, “il ciclo di vita di 1 kg di carne di bovino fresca genera un impatto ambientale riassumibile in un costo per la società di 13,5 €, mentre 1 kg di maiale, a seconda della lavorazione, varia tra i 4,9 e i 5,1 € mentre il pollo grava sulla collettività per 4,7 € al kg. In altre parole, si può dire che un hamburger di manzo da 100 gr provoca un costo ambientale di 1,35 €, saranno invece 4,05 € per una bistecca di bovino da 300 grammi. Una salsiccia di maiale da 100 grammi impatterà per un costo compreso tra i 49 e i 51 centesimi, mentre un petto di pollo dello stesso peso graverà per 47 centesimi di euro.”

A generare i costi più elevati sulla collettività sono i salumi, dato l’elevato consumo in Italia (39%) e gli alti costi sanitari rispetto agli altri tipi di carne. Un discorso simile vale anche per le carni fresche, principalmente a causa delle emissioni che il loro ciclo di vita genera.

“Nel confronto in peso (100 gr), le carni risultano avere un potenziale di riscaldamento globale tra le 10 e le 50 volte quello dei legumi.” – si legge nello studio condotto da Demetra – “Per 100 gr prodotti, i piselli dimostrano un impatto leggermente inferiore rispetto alla soia. Il gap tra carni e legumi aumenta quando il confronto è in termini di proteine prodotte, dato l’alto contenuto proteico dei legumi. Rispetto ai legumi, per 100 g di proteine, la carne di bovino genera 55 volte l’impatto dei piselli e 75 quello della soia.”

@LAV

Consumo di carne: i costi sanitari

Altrettanto allarmante è l’impatto del consumo di carne a livello sanitario in Italia. A livello nazionale, infatti, il costo per la società, escludendo le malattie cardiovascolari, è compreso compreso tra 12,7 e 24,5 miliardi di euro annui, con un valore medio di 19,1 miliardi di euro (pari a 315 euro a testa).

A causa del consumo di carne, ogni anno vengono persi circa 350.000 anni di vita. Come viene chiarito nella relazione dello studio, “questo risultato, ripartito sulla popolazione, equivale a dire che ogni anno l’aspettativa di vita (in salute) di un consumatore di carne si riduce di circa 2,3 giorni e il costo di questi anni di vita persi ricade su tutta la collettività, in termini di costi sanitari e mancata produttività.”

Considerando un valore medio europeo di 55.000 euro per un anno di vita perso in salute e ripartendo la spesa tra i quantitativi di carne consumata in Italia, il consumo di 1 kg di carne rossa costa alla collettività 5,4 euro e il consumo di 1 kg di salumi ne costa 14.14.

@LAV

 

“La situazione evidenziata dalla ricerca di Demetra mostra con assoluta drammaticità l’insostenibilità del consumo di carne in Italia. Ma una alternativa esiste” – dichiara Roberto Bennati, Direttore Generale LAV – “Da questo studio emerge palese: la produzione di 100 g di legumi costa alla collettività, in termini di impatti ambientali e sanitari, circa 5 centesimi di euro, contro 1,9 € della carne bovina e dei salumi. Le proteine vegetali sono un’alternativa sana e di bassissimo impatto ambientale a un’industria – quella della carne – eccezionalmente dannosa, oltre che crudele.”

Recentemente anche il ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani ha affrontato la questione del consumo di carne, evidenziando gli impatti negativi sulla salute e sul Pianeta e incoraggiando a consumare più proteine vegetali. Per una vera transizione ecologica nel nostro Paese è ormai evidente che bisogna cambiare direzione e rivedere le nostre abitudini alimentari.

Fonte: LAV

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Laureata in Media, comunicazione digitale e giornalismo all'Università La Sapienza, ha collaborato con Le guide di Repubblica e con alcune testate siciliane. Per la rivista Sicilia e Donna si è occupata principalmente di cultura e interviste. Appassionata da sempre al mondo del benessere e del bio, dal 2020 scrive per GreenMe
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