Foie gras: anche slow food contro il fegato d’oca

Foie gras

La pratica di ingozzare le oche per far crescere in modo abnorme il fegato e produrre il prelibato foie gras è un sistema atroce e crudele. Sono queste le parole con cui Slow Food, in occasione dei dieci anni dell’Università di scienze gastronomiche di Pollenzo, rigetta la “delizia” francese dell’orrore.

Lo ha detto Carlo Petrini, il fondatore del movimento, durante le celebrazioni. “Farà discutere, ma – ha chiarito il presidente – rifiutiamo un sistema di ingozzamento che è atroce e crudele. I nostri ragionamenti sul benessere animale e la produzione alimentare vanno in alcuni casi rivisti, senza estremismi, ma anche senza ipocrisie”.

Come si produce il foie gras? Alle oche viene dato da mangiare attraverso tubi lunghi anche 30 centimetri, che vengono infilati in gola e spinti fino allo stomaco. L’obiettivo della sovralimentazione è di arrivare a fargli crescere di dieci volte il fegato rispetto al suo volume naturale. Se l’animale cerca di divincolarsi quando il tubo gli viene inserito in gola, o se il suo esofago si contrae per conati di vomito, rischia il soffocamento e la perforazione del collo che gli sarà fatale. Questo metodo di nutrizione si chiama gavage.

Per questo già nel 2012, quando cioè la produzione di “foie gras” era stata messa al bando dallo stato americano della California, che ne aveva vietata anche l’importazione, l’associazione era stata chiara:

“La California ha avuto un coraggio enorme: vietare in modo ufficiale un prodotto senza motivi di salute e sicurezza alimentare è un fatto senza precedenti. Certo si tratta di un prodotto marginale del sistema agroalimentare dello stato, altro discorso sarebbe stato vietare ad esempio l’hamburger, anche in questo caso la maggior parte dei bovini viene allevata con metodi industriali, altrettanto crudeli del metodo adottato per ottenere il foie gras. Nondimeno in questo caso il volere dei consumatori (vedi associazioni animaliste) ha prevalso sulle logiche dei produttori, anche se per adesso ritengo il caso difficilmente esportabile, sia in termini geografici che di prodotto”, spiegava Piero Sardo, presidente della Fondazione Slow Food per la Biodiversità.

Roberta Ragni

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