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L’acqua di rilascio di Fukushima può davvero inquinare i pesci che mangiamo?

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Il Giappone tra due anni riverserà in mare 1.2 milioni di metri cubi di acqua radioattiva di Fukushima nell’Oceano Pacifico. Detta così sembra una pazzia e viene spontaneo allarmarsi per le possibili conseguenze sull’ambiente e anche sulla salute umana. Quest’acqua contaminerà l’Oceano e, quindi, anche i pesci che mangiamo? 

La domanda, legittima certamente, corre veloce. Ma ha davvero senso avere paura? Mentre già si diffonde il panico, alimentato da notizie imprecise e catene di Sant’Antonio sui social, che avvertono di non mangiare pesce provenienti dai mari giapponesi, proviamo ad analizzare la questione avvalendoci dei dati scientifici.  

Leggi anche: Rilascio acque radioattive di Fukushima: allarmismo o reale pericolo? Facciamo chiarezza

 Proprio per contrastare questa paura generata e alimentata da un’informazione superficiale, spesso corredata da toni allarmistici, abbiamo provato a fare chiarezza con Alessandro Dodaro. Direttore Dipartimento fusione e tecnologie per la sicurezza nucleare presso ENEA.

1) La scienza appare divisa, ma per lo più si ritiene che la diluizione avrà uno scarso impatto sull’ambiente. Davvero è così?

Seguendo le raccomandazioni dei principali organismi internazionali (ad esempio la International Atomic Energy Agency, IAEA), lo sversamento sarà effettuato previa diluzione a terra per portare la concentrazione di trizio al di sotto dei livelli massimi consentiti, rendendo l’acqua così diluita quasi confrontabile con quella dell’oceano. Gli sversamenti saranno poi scaglionati nel tempo ed a distanze adeguate dalla costa, per consentire un’ulteriore diluizione.

Gli effetti nocivi delle radiazioni sono strettamente legati ai quantitativi con cui l’organismo o l’ambiente vengono in contatto, quindi la procedura è del tutto sicura.

Solo per capire l’effetto della diluizione, immaginiamo di versare qualche goccia di vernice in una tazzina da caffè piena d’acqua: immergendo un dito della mano destra nell’acqua il dito si sporca certamente. Se poi versiamo il contenuto della tazzina in una vasca idromassaggio, facciamo andare l’idromassaggio per qualche minuto e immergiamo nella vasca un dito dell’altra mano sarà già molto difficile riuscire a trovarci qualche traccia di vernice. Ora versiamo il contenuto della vasca in una piscina olimpionica e immergendoci anche tutto il corpo sarà praticamente impossibile venire in contatto con la vernice originale.

2) Il rilascio in mare è davvero la migliore soluzione possibile o ce ne erano altre che non sono state prese in considerazione?

Dal punto di vista teorico sono possibili almeno altre due soluzioni che però non risolvono il problema o semplicemente lo differiscono nel tempo.

La prima alternativa proposta è far evaporare l’acqua triziata: lasciando da parte il costo non trascurabile dell’operazione, il risultato sarebbe una diluizione nell’atmosfera invece che nell’acqua. Però il trizio in atmosfera si ricombina con l’ossigeno e torna sul pianeta sotto forma di pioggia ottenendo così lo stesso effetto dello sversamento in mare.

La seconda alternativa consiste nel congelare l’acqua triziata e attendere il decadimento del trizio: in questo caso il costo sarebbe immane perché, oltre all’energia necessaria a congelare l’acqua, occorrerebbe anche quella per mantenerla a temperatura tale da restare congelata molto a lungo. Inoltre il problema verrebbe solo procrastinato perché servono circa 80 anni per ridurre di un fattore 100 il carico radiologico del trizio che comunque dovrebbe poi essere sversato in mare.

3) Le polemiche e l’allarme sul pericolo del rilascio in mare che sono arrivati dopo l’annuncio del Giappone sono infondati del tutto o potrebbe esserci comunque una base per cui in parte preoccuparsi?

Si tratta di una procedura sicura, validata a livello internazionale e già adottata in passato da altri paesi per analoghe procedure di scarico che non hanno avuto alcuna conseguenza per l’ambiente. Inoltre, come detto, la diluizione è il modo migliore per minimizzare la possibilità di contatto fra l’uomo (anche attraverso la catena alimentare) e il materiale radioattivo. Ritengo che i proclami che purtroppo si sentono tutti i giorni sull’argomento siano privi di qualsiasi fondamento scientifico: la fauna ittica e la flora marina della zona in cui sarà sversata l’acqua di Fukushima non subirà alcun danneggiamento.

Danni sensibilmente più grandi sono stati fatti dai test degli ordigni bellici effettuati in atmosfera e negli oceani negli anni passati.

4) Ora che la decisione è presa, quale sarà la strategia migliore per minimizzare gli impatti? Due anni è un tempo sufficiente per mettere a punto il rilascio?

Lo sversamento verrà fatto in modo discontinuo e sono tuttora in corso le valutazioni necessarie per stabilire i quantitativi massimi da scaricare in ogni singolo sversamento, nonché la più consona distanza temporale per garantire l’assenza di impatto radiologico sull’ambiente. Sono certo che, seguendo le raccomandazioni internazionali, l’operazione verrà conclusa in tempi adeguati e che oggi si possa ragionevolmente ipotizzare un range che va da alcuni mesi ad alcuni anni.

5) L’acqua di rilascio, infine, può davvero inquinare il pesce?
 

No, come detto i livelli di diluizione sono talmente alti che è estremamente bassa la probabilità che un pesce s’imbatta in qualche atomo di trizio, e, se pure ciò dovesse accadere, quantitativi così bassi non avrebbero alcun effetto sul pesce, né, si conseguenza, sul successivo gradino della catena alimentare.

 
 
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Caporedattore di greenMe. Dopo una laurea e un master in traduzione, diventa giornalista ambientale. Ha vinto il premio giornalistico “Lidia Giordani”, autrice di “Mettici lo zampino. Tanti progetti fai da te per rendere felici i tuoi amici a 4 zampe” edito per Gribaudo - Feltrinelli Editore nel 2015.
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