Succo arancia

Più arance nelle aranciate! Finalmente diventano applicative le disposizioni della legge 161 dell’ottobre 2014, grazie alla quale il contenuto di succo d’arancia delle bevande analcoliche prodotte in Italia passerà dal 12% attuale al 20%. Un risultato positivo oltre che per salute e gusto anche per l'economia, visto che in questo modo si salveranno più di 10mila ettari di agrumeti italiani, soprattutto in Calabria e in Sicilia.

Dopo un anno di distanza dal perfezionamento con esito positivo della procedura di notifica alla Commissione europea, quindi, il contenuto di succo d’arancia delle bevande analcoliche qui prodotte e vendute con il nome dell’arancia a succo o “recanti denominazioni che a tale agrume si richiamino” aumenterà a tutto beneficio di consumatori e agricoltori.

E non solo: si tratterà, dicono da Coldiretti, anche di un aumento del livello qualitativo dell’offerta contro “una vera invasione dall’estero con un fiume di 200 milioni di chili di succo di arancia straniero che valica le frontiere e finisce nelle bevande all’insaputa dei consumatori perché in etichetta viene segnalato solo il luogo di confezionamento”.

A modifica di una norma del lontano 1958, la disposizione dell’innalzamento del contenuto di succo d’arancia, insomma, tutelerà la salute dei consumatori e contribuirà a offrire il giusto riconoscimento alle bevande di maggior qualità riducendo l’utilizzo di aromi artificiali e soprattutto di zucchero.

D’ora in poi, quindi, ricordatevi di controllare anche le etichette delle aranciate che state per acquistare e verificate l’effettiva presenza di un contenuto in succo minimo del 20%, oltre a tenere a mente che la norma prevede che le bevande prodotte anteriormente alla data di inizio dell’efficacia delle disposizioni possano essere commercializzate fino ad esaurimento delle scorte.

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I benefici per gli agricoltori

Se negli ultimi 15 anni sono andati persi 60mila ettari di agrumi e ne sono rimasti 124mila, dei quali 30mila in Calabria e 71mila in Sicilia, queste nuove disposizioni avranno – ne è sicura Coldiretti – un buon impatto sul piano economico e occupazionale per le imprese agricole.

L’aumento della percentuale di frutta nelle bibite, infatti, salverà oltre diecimila ettari di agrumeti italiani con un’estensione equivalente a circa 20mila campi da calcio, situati soprattutto in Sicilia e Calabria. L’aumento della percentuale del contenuto minimo di frutta al 20% corrisponde all’utilizzo di 200 milioni di chili in più di arance all’anno con effetti anche dal punto di vista paesaggistico in una situazione in cui una pianta di arance su tre (31%) è scomparsa in Italia negli ultimi quindici anni, mentre i redditi dei produttori sono andati a picco. Ad oggi per ogni aranciata venduta sugli scaffali a 1,3 euro al litro agli agricoltori vengono riconosciuti solo 3 centesimi per le arance contenute, del tutto insufficienti a coprire i costi di produzione e di raccolta.

Una situazione che – denuncia la Coldiretti – alimenta un'intollerabile catena dello sfruttamento che colpisce lavoratori, agricoltori ed i trasformatori attenti al rispetto delle regole”.

Il prossimo passo doveroso risulta essere allora quello verso la trasparenza e rendere obbligatoria l’indicazione di origine in etichetta della frutta utilizzata nelle bevande per impedire di spacciare succhi concentrati importati da Paesi lontani come Made in Italy.

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Germana Carillo

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