Uova biologiche peggio di quelle da allevamento in gabbia con la nuova etichetta Ue sulla sostenibilità

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L'Europa sta lavorando ad una nuova etichetta che dovrà indicare l'impronta ambientale di diversi prodotti ma la metodologia applicata potrebbe essere fuorviante, se consideriamo il settore agro-alimentare. 14 associazioni hanno scritto una lettera alla Commissione europea

La metodologia PEF, che l’Europa vuole adottare per creare nuove etichette che stabiliscano l’impronta ambientale dei prodotti, può essere applicata anche a quelli del settore agroalimentare? Secondo una coalizione internazionale di organizzazioni la risposta è no, e le motivazioni sono ben spiegate, anche con esempi concreti.

La Commissione europea sta lavorando per stabilire una metodologia in grado di valutare l’impronta ecologica di un determinato prodotto, così che il consumatore poi, trovando una nuova etichetta specifica, potrà scegliere con più consapevolezza se acquistarlo o meno, anche valutando questo aspetto.

Ma la validità del metodo usato per quantificare l’impronta ambientale del prodotto (Pef) per il settore agroalimentare viene contestata da 14 organizzazioni (tra cui Slow Food Europe, Fair Trade Advocacy Office e Compassion in World Farming – Ciwf) che, unite insieme, hanno scritto una lettera alla Commissione europea, spiegando le loro motivazioni.

In sintesi le Ong, nonostante siano favorevoli alla nuova etichetta che valuta la sostenibilità dei prodotti, si mostrano convinti che la metodologia, così com’è strutturata ora, penalizza il biologico a favore dell’agricoltura intensiva. E si fa un esempio concreto.

Come si legge nella lettera:

La metodologia PEF non è adeguata per valutare l’impronta ambientale dei prodotti agroalimentari. Quando applicata al cibo, la PEF dà risultati fuorvianti. Ad esempio, le uova delle galline in gabbia ottengono punteggi migliori rispetto alle uova allevate all’aperto, che a loro volta sono migliori delle uova biologiche. Quando si parla di prodotti agroalimentari, il PEF è prevalentemente un indicatore delle rese, prediligendo i metodi più intensivi di produzione e ignorando sia una serie di elementi positivi che negativi del processo di produzione alimentare. I metodi di produzione sono fondamentali per definire la sostenibilità dei prodotti agroalimentari.

Mancano quindi, secondo le associazioni, degli indicatori che potrebbero davvero aiutare a stabilire l’impronta ambientale dei prodotti alimentari. Tra questi, ad esempio:

  • perdita di biodiversità
  • degrado del suolo
  • conseguenze nell’uso dei pesticidi
  • deforestazione

Quale può essere l’alternativa al Pef? Nella lettera le organizzazioni scrivono:

Altri metodi di punteggio sviluppati di recente, come PlanetScore3 o l’etichetta Omni4 sono maggiormente allineati agli obiettivi della strategia Farm to Fork, compresa la riduzione dell’uso di pesticidi, fertilizzanti e antimicrobici, aumentando la quota dei terreni agricoli dell’UE in agricoltura biologica e il miglioramento del benessere degli animali.

Qualunque sia la scelta dell’Europa, comunque, la:

futura etichetta di sostenibilità deve mirare a sostenere una transizione verso il miglior sistema alimentare sostenibile, piuttosto che aumentare ulteriormente l’intensificazione.

E non possiamo che essere più d’accordo. Una nuova etichetta che indichi la sostenibilità di un alimento, in tutto il suo ciclo produttivo, è più che mai importante ma deve necessariamente tenere conto dei parametri corretti, per non rischiare di ottenere l’effetto opposto, creando confusione e fraintendimenti.

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Fonte: Food Policy Coalition

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Francesca Biagioli è una redattrice web che si occupa soprattutto di salute, alimentazione naturale, consumi e benessere olistico. Laureata in lettere moderne, ha conseguito un Master in editoria

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