Tre gruppi ambientalisti trascinano Danone in tribunale perché non ha adottato misure adeguate per ridurre la plastica (e non ha rispettato la legge)

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Non ha rispettato la legge le aziende devono pubblicare un "piano di vigilanza" annuale che identifichi i rischi ambientali. Danone è – tra l’altro – insieme a CocaCola, PepsiCo e Nestlé, classificata tra i primi 10 inquinatori di plastica al mondo

Pensiamo che Danone nasconda la testa sotto la sabbia quando si tratta di plastica”, così i Surfrider, ClientEarth e Zero Waste France trascinano la multinazionale francese dinanzi al tribunale giudiziario di Parigi accusandola di non aver ridotto a sufficienza la sua impronta di plastica.

La società, che sta dietro l’acqua minerale Evian o agli yogurt Activia (per citare solo alcuni dei suoi marchi noti) sta venendo meno ai suoi doveri di agire secondo la legge francese, sostengono i gruppi.

La norma è quella del 2017 sul “dovere di vigilanza”, che rende obbligatorio il monitoraggio dei diritti umani e delle preoccupazioni ambientali all’interno delle grandi aziende francesi e delle loro catene di approvvigionamento.

Cosa sono legalmente obbligati a fare Danone e gli altri marchi?

La legge francese sul dovere di vigilanza è una nuova legge rivoluzionaria che è stata adottata in risposta alla tragedia del Rana Plaza, il crollo di una fabbrica tessile in Bangladesh nel 2013 che provocò la morte di oltre 1.000 persone. Il ritrovamento tra le macerie di etichette di famosi marchi di abbigliamento commosse l’opinione pubblica. Fino all’adozione – in Francia – della legge, le aziende non erano ritenute responsabili di ciò che accade nella loro catena di produzione.

Ma ora, in base a questa legge, le grandi aziende con più di 5mila dipendenti in Francia, o 10mila in Francia e all’estero, devono pubblicare un “piano di vigilanza” annuale che identifichi i rischi ambientali e sociali derivanti dalle loro attività e da quelle delle loro filiali, fornitori e subappaltatori, in tutto il mondo. Tali piani devono includere misure di mitigazione e prevenzione adattate alla gravità di tali rischi, nonché una relazione sull’attuazione di tali misure

Logicamente, data l’entità della crisi della plastica, riteniamo che questa legge debba obbligare le aziende a fornire risposte soddisfacenti in materia. Ma il “piano di vigilanza” di Danone rimane completamente silenzioso sulla plastica, dicono da ClientEarth.

Perché proprio Danone?

Pensiamo che Danone nasconda la testa sotto la sabbia quando si tratta di plastica. L’unico suo piano per gestire la plastica è aumentare la riciclabilità dei suoi prodotti, si legge in una nota di ClientEarth.

Nel 2021, l’azienda ha utilizzato più di 750mila tonnellate di plastica– l’equivalente di quasi 75 Torri Eiffel – anche più di quanto non fosse nel 2020. In qualità di produttore e fornitore di prodotti alimentari generalmente confezionati in plastica monouso, non ha mai adottato misure adeguate per affrontare i danni derivanti dall’uso della plastica, si legge ancora nella nota.

Questo nonostante il fatto che sia tra i primi 10 maggiori produttori di plastica al mondo.

La plastica è presente in tutta la sua filiera, con un’enorme quantità utilizzata per confezionare i suoi prodotti, comprese bottiglie d’acqua e vasetti di yogurt. E quel che è peggio è che non è solo un problema in Francia: l’azienda è una multinazionale e come tale i suoi prodotti sono disponibili in più di 120 Paesi.

In sostanza, ora le tre organizzazioni citano Danone perché  il “piano di vigilanza” obbligatorio per l’azienda, per elencare gli impatti ambientali e sociali è “del tutto silenzioso sulla plastica“. Ma Danone?

La replica di Danone

Da Danone arriva pure la replica in una dichiarazione al The Guardian:

Siamo molto sorpresi da questa accusa, che respingiamo con forza. Danone è da tempo riconosciuta come pioniere nella gestione del rischio ambientale e rimaniamo pienamente impegnati e determinati ad agire in modo responsabile.

Stiamo implementando un quadro completo di azioni volte a ridurre l’uso della plastica, sviluppare il riutilizzo, rafforzare i sistemi di raccolta e riciclaggio e sviluppare materiali alternativi. Abbiamo già compiuto progressi significativi su ciascuno di questi fronti, in particolare sulla riduzione della plastica, con, ad esempio, una diminuzione del 12% a livello globale (60.000 tonnellate in assoluto) tra il 2018 e il 2021.

La fine dell’inquinamento da plastica non può venire da una singola azienda – conclude – e richiede la mobilitazione di tutti gli attori, pubblici e industria.

Ultima parte è verissimo, certo, ma perché non iniziare allora?

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Fonti: The Guardian / Surfrider, ClientEarth e Zero Waste France

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.

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