Shein: 50 milioni di dollari per aiutare i lavoratori del tessile in Ghana, ma continua a sfruttare quelli in Cina

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Una somma ingente per un programma di cinque anni in favore delle donne e del settore degli abiti di seconda mano all’organizzazione Or Foundation la stessa che fino a pochi mesi fa si batteva anche contro il fast fashion

L’edizione 2022 del Global Fashion Summit di Copenhagen verrà ricordata per una cosa in particolare: l’annuncio da parte di Shein dell’ingente donazione di 50 milioni di dollari in cinque anni in favore Or Foundation attiva presso Kantamanto ad Accra, in Ghana. Questa località è quella dove arrivano i vestiti di seconda mano il cui volume è cresciuto proprio con l’esplosione del fast fashion.

Quindi uno dei principali attori e causa di questo proliferare di abiti spazzatura, che continua a produrre senza sosta, devolve soldi proprio per aiutare quelle aree che affogano in scartati tessili e nel conseguente inquinamento ambientale. Un programma di impatto “ambizioso” è stato definito da Shein perché la gestione di questo tipo di rifiuti è una parte considerevole dell’ecosistema della moda spesso trascurata.

La situazione in Ghana

Liz Ricketts, direttrice della Or Foundation che ha sede sia in Africa che negli Stati Uniti, ha accolto con gioia la notizia:

Questo è un passo significativo verso la responsabilità. Quello che consideriamo veramente rivoluzionario è il riconoscimento di Shein che i loro vestiti potrebbero finire a Kantamanto, un fatto che nessun altro importante marchio di moda è stato ancora disposto a dichiarare.

I fondi verranno impiegati per sostenere un programma di apprendistato in favore delle lavoratrici dell’area e per aiutare le imprese della comunità a riciclare i rifiuti tessili. In questa località arrivano ogni settimana 15 milioni di abiti di seconda mano ribattezzati obroni w’awu ovvero gli abiti morti dei bianchi: ciò che non viene gestito è semplicemente abbandonato. Il resto, assemblato in balle che possono pesare anche 55kg, viene spostato da donne e bambini: molti muoiono sotto il peso di questi scarti.

Una fondazione che aveva denunciato (anche) il fast fashion

Eppure solo lo scorso autunno era stata proprio la Or Foundation a criticare la sovrapproduzione e la conseguente gestione del settore del second-hand. Samuel Oteng, creativo e project manager, aveva raccontato come gli abiti usati arrivano in container con circa 400 balle, ciascuna acquistata a scatola chiusa dai 5000 rivenditori per cifre tra i 25 e i 500 dollari. Poi vengono aperte per scoprire cosa si può pulire, rivendere, ritingere. Un grave problema, per Oteng, è l’infima qualità dei capi del fast-fashion, un mondo che si autoalimenta con una produzione folle di pezzi che diventano presto spazzatura.

Il percorso delle donazioni di abiti

La Ricketts aveva denunciato in diverse occasione il complesso processo di donazione e tutto ciò che ne consegue. Coinvolge diversi attori locati nella parte Nord dell’emisfero che mandano in Africa lo scarto dello scarto o anche il reso che non “vale la pena” di essere rivenduto. Quello che per l’appunto fa Shein in quanto non recupera merce da reso o da consegna non effettuata. I capi macchiati o non indossabili, una media del 40%, diventa rifiuto alimentando la già traboccante discarica principale di Accra. Qui non ci sono inceneritori, ciò che non ha una seconda vita viene bruciato con tutte conseguenze sulla salute delle persone e dell’ambiente: le tossine rilasciate nell’aria poi si depositano sui campi e nei corpi idrici con ripercussioni per bovini e pesci. Altri scarti sono invece abbandonati nell’oceano o nei fiumi.

 

L’SOS dei lavoratori cinesi di SHEIN

Leggere le etichette degli abiti permettere di capire come trattare un capo ma, a volte, anche a scoprire come sono trattati i lavoratori. Come era accaduto per H&M tempo fa, anche per SHEIN iniziano a comparire messaggi di aiuto da parte di chi confeziona i capi del marchio cinese. Da Tik Tok a Twitter sono iniziate le condivisioni di questi messaggi con richieste di aiuto.

Tweet SOs Shein

Tweet SOS Shein

 

L’azienda ha risposto che è in atto un’azione di boicottaggio poiché le immagini sono relative a casi passati e legati a altre realtà produttive.

 

@shein_official

Recently, several videos were posted on TikTok that contain misleading and false information about SHEIN. We want to make it very clear that we take supply chain matters seriously. Our strict Code of Conduct prohibits suppliers from using child or forced labor and we do not tolerate non-compliance.

♬ original sound – SHEIN

 

Di certo con le ombre che avvolgono questa di azienda non stupisce la possibile veridicità di queste richieste di aiuto.

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Fonte: Shein

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Laureata in lettere moderne con la passione per il digitale. Giornalista professionista dal 2010: curiosa e fantasista della comunicazione, dalla tv al web.

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