Primark: quella felpa in plastica riciclata con la scritta Earth Day è l’apoteosi del greenwashing nella fast fashion

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Greenwashing ne abbiamo? A pochi giorni dalla Giornata dedicata alla Terra, i nostri lettori ci hanno segnalato che Primark vende una felpa in plastica riciclata con la scritta Earth Day. Siamo andati a vedere se è vero

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A pochi giorni dall’anniversario del Rana Plaza e dalla Giornata della Terra, ci siamo trovati di fronte a qualcosa di paradossale: da Primark si vende una felpa in plastica riciclata con tanto di scritta “Earth Day”. Nulla di così campato in aria, effettivamente, perché sul sito della Primark abbiamo poi trovato una intera pagina dedicata all’abbigliamento creato da materiali riciclati e all’etica di impresa. Wow.

Attenzione, attenzione: qui c’è puzza di greenwashing. Anzi, è proprio l’apoteosi del greenwashing.

A segnalare l’esistenza di quella felpa sono stati alcuni nostri lettori. Noi non volevamo crederci, ma ci siamo ritrovati davanti alla linea “green” di Primark ed è peggio di quanto pensassimo.

primark felpa

@GreenMe

Per realizzare i nostri prodotti in tessuto riciclato, abbiamo deciso di collaborare con un team di produttori specializzati. Per prima cosa, la plastica viene raccolta e ridotta in piccoli pezzetti, i quali vengono a loro volta sciolti. A questo punto, la plastica sciolta viene trasformata in uno speciale filato, utilizzato successivamente per realizzare i nostri prodotti, si legge sul sito.

Quest’autunno, i nostri prodotti realizzati con materiali riciclati raggiungeranno i 40 milioni, più del doppio di quelli che produciamo attualmente.

primark

©Primark

Bene, ma non benissimo. Perché il marchio irlandese rimane sempre il re (insieme a Shein e Zara) dell’ultra fashion.

La facciata da far vedere (il greenwashing che fa vendere)

  • Potere alle donne
  • Riduzione della metà della nostra impronta di carbonio
  • Firma della WRAP’s Textiles 2030

Sono solo alcuni dei capitoli in cui è suddivisa la sezione Primark Cares del sito del marchio.

Fondata in Irlanda nel 1969 con il marchio Penneys, Primark oggi ha 399 negozi in 14 Paesi in Europa e Nord America e impiega più di 70mila persone (DICHIARATE).

Primark sta lavorando per rendere la moda più sostenibile accessibile a tutti e si concentra sul dare all’abbigliamento una vita più lunga, proteggere la vita sul pianeta e migliorare la vita delle persone che producono i prodotti Primark, si legge in una nota. Come parte di questo ha svelato una serie di impegni che sta lavorando per raggiungere entro il 2030. Questi includono la realizzazione di tutti i suoi vestiti da materiali riciclati o di provenienza più sostenibile, garantendo che l’abbigliamento sia riciclabile per progettazione, dimezzando le emissioni di carbonio attraverso la catena del valore, rimuovendo la plastica monouso e perseguendo un salario di sussistenza per i lavoratori della catena di approvvigionamento.

Inoltre, Primark risulta essere membro della Sustainable Apparel Coalition e dal 2002 utilizza sacchetti di carta invece dei sacchetti di plastica, introducendo iniziative per ridurre sprechi e imballaggi.

Da una decina d’anni, poi, i negozi Primark in Europa donano i vestiti invenduti e acquistato campioni all’organizzazione benefica Newlife, che dà supporto ai bambini disabili e malati terminali e alle loro famiglie. Il marchio si sarebbe anche impegnato a eliminare le sostanze chimiche pericolose nei suoi prodotti, un impegno che ha assunto nell’ambito della campagna Detox di Greenpeace, di cui parlavamo qui:

E la facciata da nascondere

Il marchio irlandese avrebbe tra l’altro anche sottoscritto l’Accordo del Bangladesh sulla sicurezza antincendio e degli edifici e del Cotton Pledge, che si impegna a boicottare il cotone dell’Uzbekistan. Una goccia nell’oceano, se si considera che proprio Primark fu coinvolta nella vicenda del cotone egiziano contraffatto e non solo: era proprio Primark uno dei marchi che aveva il proprio stabilimento nell’edificio Rana Plaza di Savar, vicino a Dacca, proprio in Bangladesh.

Quella struttura, nel 2013, crollò rovinosamente. Malgrado fossero state notate crepe strutturali e i negozi al pian terreno fossero stati dichiarati inagibili e sgomberati, gli operai non furono mai mandati a casa, ma costretti a continuare a lavorare. L’intero Rana Plaza, il 24 aprile di nove anni fa, si accartocciò su se stesso, uccidendo quasi 1.200 persone e ferendone altre 2.500. Un anno dopo il brand irlandese dichiarò “assistenza finanziaria” alle famiglie dei lavoratori uccisi, “messa in sicurezza degli edifici” e “aiuti di emergenza”, ma – ad oggi – tutti ci fa pensare che nulla sia cambiato in altri stabilimenti.

Primark, inoltre, risulta anche essere membro dell’Ethical Trading Initiative e ha adottato un proprio Codice di Condotta, che – in ogni caso – è ben lontao dal pagamento di un salario di sussistenza.

Come tutti gli altri marchi dell‘ultra fashion, infine, anche Primark non ha proprie fabbriche ed esternalizza la produzione ai propri fornitori, con tutto ciò che comportano i NON controlli sulla catena di approvvigionamento. Come tutti nel campo della moda non sostenibile, in buona sostanza, anche Primark si allontana da ogni responsabilità per i lavoratori nelle fabbriche.

La felpa in plastica riciclata con scritta “Earth Day”? Anche no, grazie.

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.

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