Le nostre magliette sono fatte col petrolio e finiscono bruciate nelle discariche (mentre potrebbero avere una seconda vita)

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Comportamenti adeguati dei consumatori ma anche dei produttori sono al centro di un nuovo approccio, dettato dalla necessità di salvaguardia del nostro pianeta, che deve facilitare le migliori tecnologie per il riciclo ma anche delle leggi che impediscano l’uso di materiali tossici nella filiera produttiva

La gran parte dei vestiti che si indossano sono essenzialmente composti di petrolio. A dirlo è Nusa Urbancic, la direttrice delle campagne della fondazione Changing Markets che collabora con diverse ONG per fare luce sulle pratiche aziendali irresponsabili e per introdurre soluzioni per facilitare un’economia sostenibile.

Moda da combustibili fossili

Con l’esplosione del fenomeno del fast fashion l’approccio al consumo di moda è cambiato radicalmente: i prezzi si sono abbassati, il numero di prodotti realizzati è schizzato alle stelle così come l’inquinamento.

Dall’inizio del 2000 il poliestere ha superato il cotone come fibra maggiormente usata: è economica, si adatta bene agli utilizzi e alla realizzazione di abiti in grandi quantità tanto da essere presente in due terzi di tutti i tessuti. Tra il 2000 e il 2014 la produzione di abbigliamento è raddoppiata: il consumatore medio oggi acquista il 60% di vestiti in più rispetto a 15 anni fa, costano molto meno ma sono difficili da riciclare quindi diventano spazzatura in un battibaleno.

Basti pensare che solo negli USA il 15% circa degli indumenti usati vengono riutilizzati o riciclati, il resto finisce in discarica. Si tratta di circa 47 chili a persona solo nel 2018.

Approccio al riciclo

L’ultimo rapporto del National Institute of Standards and Technology (NIST) dal titolo Facilitating a Circular Economy for Textiles, si focalizza sull’approccio all’economia circolare che fa riferimento alla possibilità di far rimanere “in vita” i materiali, il più a lungo possibile, con il riuso, la riparazione e il riciclo.

Il lavoro raccoglie l’esperienza di tre giorni in cui si sono ritrovati produttori, associazioni di settore, riciclatori, gestori dei rifiuti, ricercatori, rappresentati politici e del settore moda che condividono l’obiettivo di accrescere la circolarità nel settore tessile che ha riscontrato la più grande crescita in termini di flusso di rifiuti.

Si parla di abbigliamento, calzature, lenzuola, asciugamani, tessuti da tappezzeria, moquette: prodotti che se non sono donati possono essere tagliati e rivenduti dai produttori di stracci industriali. Le fibre possono anche essere separate e diventare nuovi tessuti o possono essere utilizzate come imbottitura per mobili imbottiti e sedili per auto o anche come materiale isolante per le abitazioni.

Diagramma di economia circolare

©NIST

Educazione al riciclo

Ancora questo rapporto offre due importanti spunti. Uno è l’educazione dei consumatori al riciclo in quanto spesso non hanno informazioni su cosa e come fare per smaltire correttamente un oggetto.

L’altro è l’approccio regolatorio mancante, la carenza di tecnologie efficaci per lo smistamento e la classificazione dei vari tessuti: si dovrebbe introdurre un’etichettatura avanzata, un’identificazione digitale del prodotto, un processo di riciclaggio avanzato per alcuni materiali sintetici.

Il riuso delle fibre sintetiche

La stessa posizione è avvalorata dalle ricerche condotte da un gruppo di scienziati della Chemnitz University of Technology in Germania che non solo hanno evidenziato i vantaggi per l’ambiente ma hanno sottolineato come questa sia un’esigenza dalla quale non si può più fuggire. Soprattutto per i prodotti realizzati da derivati petrolchimici considerato il tasso di inquinamento climatico e di microplastiche presenti nell’ambiente.

Come si lega questo alla moda? Le fibre usate in genere si producono dal PET e una minima parte dalle bottiglie di plastica e sono proprio le prime le più difficili da riciclare, ad oggi, per il collo di bottiglia composto da regolamentazione carente, interesse solo nel fatturato, tecnologie non adeguati.

Responsabilità del produttore

Il consumo di tessili in Europa ha avuto in media il quarto impatto più alto sull’ambiente e sui cambiamenti climatici nel 2020 dopo cibo, alloggi e mobilità. Lo European Environmental Bureau ha incaricato Eunomia di realizzare uno studio sul ruolo della responsabilità estesa del produttore (EPR) e di suggerire alcune misure politiche verso un’economia circolare per il settore tessile nel Vecchio Continente.

Nel primo caso si propone di definire gli obiettivi di raccolta e gestione dei tessuti di scarto; una classificazione comunitaria anche di quando il tessuto diventa rifiuto; la riduzione dell’IVA sulle riparazioni; il limite al rilascio delle microplastiche e una verifica puntuale dei dati raccolti.

Tra le misure suggerite ci sono quelle di vietare l’uso di sostanze chimiche e materiali pericolosi, il favorire la progettazione eco-compatibile, la riparabilità.

Le nuove norme per aumentare la sostenibilità del settore tessile in Europa dovrebbero essere pronte al più tardi nel 2024ha comunicato il Commissario europeo all’Ambiente Virginijus Sinkevicius. Il primo step è la consultazione e la valutazione di impatto del settore in quanto al momento il tasso di riciclo nel settore è all’1%. L’industria, chiosa Sinkevicius, deve assumersi delle responsabilità.

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Fonti: Eunomia/Inderscience

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Laureata in lettere moderne con la passione per il digitale. Giornalista professionista dal 2010: curiosa e fantasista della comunicazione, dalla tv al web.

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