Il mondo è a corto di microchip (per colpa del Covid). Ora gli effetti stanno per abbattersi anche sui consumatori

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I prezzi dell'elettronica di consumo sono già in impennata, ma la carenza di semiconduttori sta per impattare su molti altri settori

La carenza di microchip scatenata dalla pandemia di Coronavirus, che da un lato ha stoppato la produzione per lunghi mesi e fatto crescere esponenzialmente la domanda di elettronica di consumo, inizia a farsi sentire sulla tasche dei consumatori.

Secondo una rilevazione del Wall Street Journal tutti i produttori hanno alzato i prezzi dei loro prodotti di fronte ai maggiori costi di approvvigionamento: negli USA, per fare qualche esempio, è salito del 20% il prezzo delle stampanti HP e dell’8% quello dei PC, mentre dall’inizio di giugno il prezzo del popolare Chromebook di Google è stato portato da 220 a 250 dollari. 

Ma questo sarebbe solo l’inizio: secondo una recente analisi di Goldman Sachs, la carenza di semiconduttori sta impattando su ben 169 settori, dalla produzione di prodotti in acciaio e calcestruzzo alle fabbriche di condizionatori e frigoriferi e tocca pure le fabbriche di birra e di saponi. La crisi dei chip investe insomma tutte le attività economiche, anche quelle più impensabili.

Il problema è soprattutto la concentrazione della produzione dei chip: solo in Taiwan la Taiwan Semiconductor Manufacturing Company realizza il 45% dei chip utilizzati nel mondo, mentre la percentuale negli USA e nell’UE precipita al 12 ed al 10% mettendo insieme tutti i produttori. I quali, a loro volta, hanno da lungo tempo delocalizzato la produzione in Asia.

È la legge della domanda e dell’offerta: più consumiamo elettronica e più i prezzi si alzano, visto che l’attuale produzione non basta per tutti. Una parte importante è poi assorbita dall’industria dell’automobile: con i vari sistemi di sicurezza, di assistenza alla guida e di connettività adottati dall’industria negli ultimi anni il 35% del prezzo di ogni nuova automobile è rappresentato dall’elettronica e la Clepa, l’associazione europea dei produttori di componentistica per l’industria automotive stima che questa percentuale possa salire al 50% tra pochi anni.

Per questo motivo il presidente USA Joe Biden ha firmato un ordine che impone al governo federale di analizzare e approfondire le filiere di alcuni settori strategici per ridurre la dipendenza degli USA dall’estero, tra cui quello dei microchip. 

Si tratta di una crisi temporanea quella dei semiconduttori? Secondo Acer, uno dei maggiori produttori mondiali di laptop, gli effetti delle interruzioni nella produzione e dunque, sui prezzi, potrebbe protrarsi fino al 2022. Attualmente l’azienda riesce a soddisfare appena il 50% della domanda. 

 

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Laureato in Comunicazione all'Università di Siena e giornalista dal 1995, ha un'esperienza pluriennale come redattore automotive. Ha lavorato per riviste, TV e testate online specializzate di diffusione nazionale. Su greenMe.it si occupa di mobilità sostenibile e auto ecologiche

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