Squid Game: il problema non è la serie, ma se la guardano i bambini (e come se ne parla)

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Se proprio vogliamo parlare di Squid Game ai nostri figli è giusto farlo con le dovute e giuste precauzioni.

Cinico, violento, catastroficamente realista, individualista, splatter – direbbero i boomer. Noi della redazione abbiamo quasi finito di vedere la serie (non spoilerate, siamo al settimo episodio!) e siamo arrivati alla conclusione di sempre: Squid Game non è fatto per i ragazzini (del resto è vietato ai minori di 14). Ma se proprio vogliamo (e in alcuni casi dobbiamo) parlarne perché il mondo è cambiato e tutto il resto appresso, allora parliamone, ma con le giuste precauzioni.

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Iperprotettivi? Non esattamente. Squid Game ci spiattella in faccia la cruda realtà di un mondo egoista e di una volontà accentratrice. Avere tutto per sé, costi quel che costi, anche al prezzo del sangue di un tuo compagno. Zero empatia, zero commiserazione. Nessuna pietà.

Al di là dei corpi crivellati di pallottole o spiattellati giù da un ponte nella versione horror di Willy il Coyote e Beep Beep che forse Fortnite (videogioco sparattutto cui sono appassionati anche i bimbetti) è anche più violento, Squid Game ha di quella freddezza e di quella essenzialità bruta e animalesca nei rapporti umani che vorremmo tenere ben lontane dai nostri ragazzi.

O meglio, se i ragazzi – da una certa età in poi, però, e non i bimbi delle elementari – riescono a prenderlo con le pinze e con lo giusto spirito critico e ad ascoltare i consigli di noi adulti, un insegnamento Squid Game può anche darlo. Ma con un lento processo di costruzione e sintonia.

Squid Game rispecchia nei fatti sin nei minimi dettagli la parte peggiore della nostra società, esplora temi come la lotta di classe, il capitalismo più estremo e l’ansia economica, attraverso una competizione all’ultimo sangue.

I nostri figli sono pronti a discernere le cose? Se sì ok, continuate a leggere.

Cercando un po’ qui e lì nel web, ci siamo imbattuti in un interessante post su Facebook, in cui Didattica Cooperativa, al secolo Stefano Rossi, dà un po’ di dritte soprattutto agli insegnanti. Come fare in modo che una serie come Squid Game possa tradursi in una lezione di educazione civica?

La soluzione è nel pensare e ragionare insieme e Didattica Cooperativa ci propone alcune domande da porre ai ragazzi delle medie:

  1. Cosa ci racconta SG della nostra società?
  2. La vita è un gioco competitivo tutti contro tutti?
  3. La logica della competizione a prima vista sembra meritocratica (vince il più capace) ma quali ombre nasconde?
  4.  E se il loser fossi tu?
  5. Cosa accade a virtù come l’amicizia, l’empatia, la cooperazione, la responsabilità e l’inclusone dei più fragili in una società modellata sul gioco competitivo alla SG?
  6. Esiste un’alternativa ad una società del tutti contro tutti?
  7. Se invece di combatterci unissimo le forze cooperando per un mondo migliore? Come potremmo fare partendo dalla vita in classe?

E quanto ai bambini delle elementari? Qui riponiamo la nostra convinzione: Squid Game non devono vederlo. Ma per “prepararli” al mondo che verrà, a une serie simile che vedranno poi, per far crescere in loro già uno spirito critico e razionale, le maestre potrebbero affrontare con loro già alcuni temi. E anche qui Didattica Cooperativa ci propone alcuni spunti partendo dal classico gioco della sedia:

  1. Il gioco della sedia è un “gioco giusto”?
  2. Quando un gioco è giusto?
  3. Cosa prova il giocatore che vince?
  4. E quello che perde?
  5. Un gioco in cui 19 giocatori su 20 perdono sentendosi tristi, arrabbiati, soli, inadeguati ed esclusi è davvero un gioco giusto?
  6. Quali carezze d’empatia (parole gentili, piccoli gesti) possiamo donare al compagno escluso dal gioco?
  7. Le situazioni ingiuste non devono essere accettate. Come potremmo riscrivere il gioco della sedia per renderlo più giusto e cooperativo?

Lo scopo? Preparare i piccoli alla realtà che prima o poi vedranno (e vivranno) coi loro occhi. Indignarci oggi non basta e i ragazzi sono attenti a certe cose che noi nemmeno immaginiamo. Prenderci cura dell’altro con empatia, oggi, è l’unica cosa buona da trasmettere loro. Vietare a tutti costi una cosa, senza nemmeno fargliela conoscere – a volte – può sortire l’effetto inverso.

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Fonte: Facebook

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.

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