“Sono qui per te”: non sono le felpe delle commesse il problema, bisogna educare i ragazzi a diventare uomini rispettosi

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Ha generato scalpore la frase sulla felpa della Despar "Sono qui per te". Le dipendenti donne non sono d'accordo.

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Quattro parole che, anche se messe in ordine sparso (del tipo: per te, sono qui – all’inglese – o qui per te sono o vedete un po’ voi), potrebbero creare delle incomprensioni. Tutto sta a capire con chi si ha a che fare e, soprattutto, avere un minimo di educazione e di rispetto.

Già, perché alle dipendenti padovane di Aspiag Despar non è andata a genio quella nuova divisa, un felpone rosso con su proprio quella scritta: “Sono qui per te”, appunto. Non siamo, lo staff, ma sono, io soltanto. Qui per te: non in altro luogo, ma esattamente in questo luogo per assecondare i tuoi desiderata.

Una specie di dichiarato servilismo, si è detto, misto a una espressione che spalancherebbe le porte a parole meno gradite da parte dei clienti, tanto che il sindacato ha posto la questione ai vertici aziendali e l’amministratore delegato, Montalvo, si è detto mortificato e ha annunciato a tambur battente: “Se creano disagio le cambiamo

Disagio? Sì, probabile, ma non è esattamente questo il punto. Forse meglio dire una gran seccatura, già al solo pensiero di dover subire delle frecciatine al suon di quella frase. Il problema, insomma – dicono le commesse –, sia chiaro non è la felpa, ma sono le battute della gente alla lettura di quella scritta.

In primis, le battutine sessiste da parte degli uomini. Perché, a leggere quella frase lì ce ne possono essere. Eccome.

Scrivono sui social:

Ho lavorato alla Despar la scorsa estate in Romagna e ho indossato la maglietta rossa con la scritta ” Sono qui per te”, e ho ricevuto le battutine di cui si parla nell’articolo per tutta l’estate da uomini attempati … Scherzavano ovviamente, ma non è uno scherzo. Certo che erano battute, ovvio, ma sono sicura che le donne non ne hanno fatta nemmeno una ai miei colleghi maschi. Ho trovato anch’io la frase poco carina, anche perché quando lavoro amo essere gentile con i clienti. Vi assicuro che ad alcuni li avrei mandati volentieri a quel paese. Trovo la scelta dell’azienda poco garbata nei confronti del personale.

Il problema non è la scritta, ma i clienti che quando la leggono sulla divisa di una donna non riescono a trattenersi dalla battuta stupida o volgare. Il problema è il basso livello culturale dell’uomo medio italiano, non la scritta.

La soluzione? Non sta a noi suggerire a una catena di supermercati come vestire i propri dipendenti, ma un minimo di tatto in un’epoca di grosso e doloroso vuoto culturale ci è dovuto. Non è questione di  “politicamente corretto”, è solo questione di logica e sensibilità. E domandarsi: questa frase può avere ripercussioni sulle mie dipendenti donne?

Perché il punto è quello: ripercussioni sulle donne, solo su di loro, dovute a quel vuoto culturale che dicevamo prima e a cui si dice stop solo con un metodo. Lo abbiamo detto infinite volte, su tutti i fronti, affrontando tutti i più svariati argomenti: educare i nostri figli al rispetto

Poniamo ai nostri bambini la giusta attenzione e abbiamo cura di come ci rapportiamo a loro. Rivolgiamo loro parole dolci e gesti gentili, comportamenti educati e rispettosi. Tanto rispetto, verso il prossimo, verso il fratellino, verso l’anziano. Verso le donne.  

Secondo voi le dipendenti del Despar hanno ragione?

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.

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