Il Mottarone è solo l’ultimo hotspot dell’orribile “turismo oscuro”, che vede la morte come un’attrazione

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Il “turismo dell’orrore” è qualcosa che si ripete da sempre, qualcosa che si veste di macabro travestito da empatia.

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Il “turismo dell’orrore” è qualcosa che si ripete da sempre, qualcosa che si veste di macabro travestito da empatia e che pure trova i suoi fondamenti nella psicologia e nella mente umana. Ma fino è dove dignitoso spingersi?

È il dark tourism, bellezza, croce per chi ha un po’ di senno, delizia per chi se la spassa. Ma è dalla notte dei tempi che esiste, quel “turismo dell’orrore” che ha spinto frotte di curiosi a sbirciare tra i cancelli di casa Misseri, ad Avetrana, o nella villetta di Cogne. Ed è il caso, ora, della carcassa della cabina precipitata al Mottarone.

Qui, già poche settimane fa, decine di persone erano andate fino al luogo dove hanno perso la vita 14 persone e ora, in questi giorni, due giovani fratelli di Arona hanno scavalcato i sigilli e sollevato i teli che coprono quella maledetta carcassa. Per loro è scattata una denuncia, ma perché l’hanno fatto?

Secondo la definizione di Philip Stone, fondatore del Black Tourism Research Institute all’Università del Lancanshire, per dark tourism si intende l’atto di viaggiare e visitare siti associati alla morte, alla sofferenza o a ciò che è apparentemente macabro.

Un “atto” che – se guardiamo soltanto ai fatti di cronaca recente – trova pane per i suoi denti nelle infinite dirette tv, nelle centinaia di antenne che intralciano i luoghi di un crimine o di un incidente, nella presenza fissa di cronisti, spesso della domenica, che cercano il pelo nell’uovo, giocando a fare i giudici alla ricerca di moventi e colpevoli.

È il dark tourism, bellezza, ed è caratterizzato da quella linea sottile che separa, che so, una visita ad Auschwitz da un salto al Mottarone.

Già, perché anche un giro ai campi di concentramento o agli scavi di Pompei può essere considerato “turismo dell’orrore”, lo dicono gli esperti, e con quello che intendiamo oggi in senso più specifico ha molto in comune. O forse tutto.

All’uopo, Stone fa una chiara distinzione tra luoghi associati alla morte o alla sofferenza e luoghi che sono di morte e sofferenza. Per esempio, il campo di concentramento di Auschwitz è un sito di morte, mentre il Mottarone, o Cogne, o anche l’Isola del Giglio e la nave incagliata, sono luoghi associati alla morte. E anche alla più banale delle curiosità, al chiacchiericcio infinito, al giudizio.

In più, nello sviluppo del dark tourism, il tempo è un fattore decisivo perché è il tempo la misura che consente di distinguere un luogo più intriso di mistero e macabro da uno meno tetro.

Eventi che sono accaduti in tempi non molto remoti, che noi – nel tempo stesso in cui accadono – possiamo riconoscere generando (se ci riusciamo) empatia e vicinanza, vengono considerati più macabri rispetto a quelli più remoti e lontani.

Forse è questo il naturale passaggio. Thomas Cook, primo tour operator del mondo, organizzava tour della Cornovaglia per assistere alle esecuzioni pubbliche, molto diffuse in Inghilterra a cavallo del XIX secolo. Per dirne una.

Perché i ragazzi vanno al Mottarone a togliere il velo dalla carcassa della cabina precipitata? Perché farlo attrae inspiegabilmente e inconsciamente l’essere umano e, attenzione, affermando ciò NON appoggiamo questo atto nella maniera più assoluta.

Tra gli studi finora effettuati sul dark tourism, è venuto fuori il forte interesse sociale per la morte: è la morte che, volenti o nolenti, costituisce un fenomeno da sempre misterioso, unito alla continua ricerca di stimoli nuovi, alla adrenalina, che caratterizza tra l’altro in gran parte la società contemporanea.

Solo questo? Solo fattore psicologico? Non esattamente: c’è chi cavalca l’onda del ritorno economico e lo alimenta. 

C’è che oggi tutto questo viene commercializzato, dice ancora Stone in uno dei suoi trattati.

Questa nuova tendenza a trovare viaggi dell’orrore pare sia stata una delle poche a rialzare il trend di un settore in crisi, segnando una crescita nella macchina dei soldi. Sapevate, per esempio, che la meta preferita da questo particolare tipo di viaggiatori è il Medio Oriente? Siria, Palestina, ma anche l’Iraq, sono tra le destinazioni più gettonate per vedere da vicino la “guerra”. Che strazio.

Ogni anno milioni di persone viaggiano per il mondo. Visitano cimiteri o memoriali o luoghi di tortura. Orrori che hanno segnato la storia o che la raccontano. Orrore, certo, da ricordare e imprimere nella memoria. 

Nulla a che vedere con la curiosità spicciola di soddisfare un proprio personale desiderio di farsi i fatti – tragici – degli altri.

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.

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