Dian Fossey, chi era la “signora dei gorilla” uccisa dai bracconieri per aver lottato con coraggio per la salvaguardia degli animali

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Zoologa statunitense, Dian Fossey veniva chiamata dal popolo del Ruanda Nyiramacibili, “colei che vive da sola nella foresta”.

È passata alla storia come la “signora dei gorilla”, ma il suo operato nel corso degli anni è andato ben oltre le gabbie di uno zoo. Zoologa statunitense, Dian Fossey veniva chiamata dal popolo del Ruanda che l’aveva accolta Nyiramacibili, “colei che vive da sola nella foresta”, a sugellare la missione di una vita: quella di difendere strenuamente i diritti degli animali. Oggi la ricordiamo tra le donne che hanno combattuto a lungo in nome di forti ideali.

Combattuto, proprio così, perché, seppure il suo fosse un nobile obiettivo, spesso non piaceva alla politica e alle istituzioni. E nemmeno ai bracconieri. Dian fu assassinata a colpi di machete nel dicembre del 1985 nella sua capanna e l’arma del delitto fu un arnese locale, il panga, utilizzato proprio dai bracconieri per uccidere i gorilla.

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L’assassino è tuttora ignoto. Farley Mowat, il biografo di Fossey, nel libro Woman in the Mists, afferma che con molta probabilità la morte della Fossey è da attribuire a chi in Ruanda non aveva interesse alla salvaguardia dei gorilla o chi vedeva in lei una minaccia alle attività turistiche.

Dian Fossey sarebbe quindi stata uccisa dai bracconieri, poiché in buona sostanza rappresentava una minaccia per il bracconaggio e per la caccia illegale ai gorilla, dati i suoi numerosi interventi, talvolta anche decisivi. Mowat afferma anche che la causa scatenante l’omicidio fu il visto di due anni concesso a Fossey qualche settimana prima dell’assassinio, visto che le garantiva una permanenza lunghissima nel paese.

La vita di Dian Fossey

“Quando capisci il vero valore della vita, di ogni vita, pensi meno al passato e lotti per difendere il futuro”.

Dian nacque il 16 gennaio a Fairfax nel 1932. La sua non fu un’infanzia facile, a causa di parecchi contrasti tra i genitori e problemi economici. Trova così rifugio nella lettura, prediligendo, come Jane Goodall, libri sugli animali e in particolar modo i gorilla, sognando di diventare veterinaria.

Nel 1954 prese però la laurea in Occupational Therapy e cominciò a lavorare come terapista occupazionale presso il Kosair Crippled Children Hospital di Louseville, ma conservò impresso nella mente il suo desiderio di visitare l’Africa e osservare la natura e gli animali. Ci vollero tutti i risparmi di una vita, oltre a un prestito bancario, per trasformare il suo sogno in realtà e nel settembre 1963 arrivò finalmente in Kenya, poi in Tanzania, in Congo e in Zimbabwe.

In Africa incontrò il primatologo George Schaller, autore di uno dei libri che più l’avevano appassionata, “The Year of the Gorilla”, e il famoso etologo Louis Leakey, che aveva già mandato Jane Goodall a studiare gli scimpanzé in Tanzania.

Credo che fu quello l’istante in cui ebbi la percezione che sarei tornata in Africa, a studiare i gorilla di montagna”, scrisse molto più in là Dian nel best seller Gorilla nella nebbia.

Da lì in breve tempo, Dian diventò, grazie ad alcune sue pubblicazioni, la seconda delle tre Leakey’s Angels, (la terza era Birutė Galdikas, ricercatrice tedesca che Leakey avrebbe mandato in Borneo a studiare gli Orangutan). Erano i ‘Trimate’, i tre ricercatori più importanti sui primati, con Jane Goodall, che ha lavorato con gli scimpanzé, e Birute Galdikas, che ha lavorato con oranghi.

Nel ’66 dunque Dian cominciò a dedicarsi allo studio dei gorilla di montagna in Zaire, ma l’anno dopo la guerra civile la costrinse a spostarsi in Ruanda, dove nel 1967 fondò il campo di Karisoke. Dian non lasciò più l’Africa (conseguì solo un dottorato in zoologia a Cambridge) e si dedicò anima e corpo allo studio dei gorilla mettendo in campo le tecniche apprese durante la sua esperienza di terapista occupazionale. Scoprì nel dettaglio le abitudini di vita di questi  animali e arrivò a conoscere uno per uno tutti i gorilla della zona, stringendo con loro un legame molto profondo.

Nel dicembre del 1977, però, Digit, un grande gorilla maschio e preferito di Dian, fu ucciso e mutilato dai  bracconieri. Un duro colpo per la Fossey che fondò così il Digit Fund per raccogliere fondi contro il bracconaggio, il Dian Fossey Gorilla Fund. La situazione peggiorò quando poche settimane dopo altri due gorilla furono uccisi mentre proteggevano il loro cucciolo, che morì a sua volta per le conseguenze dell’aggressione.

Da quel momento, la ricercatrice non si è arresa nemmeno per un attimo e continuò a dedicare tutte le sue energie alla lotta ai bracconieri e anche alle organizzazioni internazionali che puntavano ad aumentare il turismo. Oggi è grazie al lei e alla sua battaglia che esistono ancora gorilla di montagna nella zona.

È soprattutto grazie al suo duro lavoro nello sfatare il mito che fossero animali pericolosi che oggi i gorilla si montagna sono una specie tutelata. Il suo obiettivo principale è sempre stato quello di aumentare la consapevolezza sulla loro situazione, come racconta anche nella sua opera più famosa, l’autobiografia “Gorillas in the mist”, trasposto successivamente al cinema con “Gorilla nella nebbia: la storia di Dyan Fossey”.

dian fossey libro

©The Dian Fossey Gorilla Fund

Probabilmente con questa sua condotta segnò definitivamente la sua condanna a morte. Il suo corpo riposa in un luogo da lei stessa costruito per seppellire i suoi amici gorilla, dove si stima ci siano 700 esemplari. Sulla sua tomba l’epigrafe recita: “Nessuno amò i gorilla più di lei”.

Fonte: GorillaFund

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.

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