Una violenta crisi colpisce il Kazakistan a causa dei bitcoin e dei sussidi ai combustili fossili

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In Kazakistan una terribile crisi energetica ha investito il Paese, secondo gli esperti a causa di bitcoin e sussidi ai combustibili fossili

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In Kazakistan rivolte in piazza e scontri violenti: una terribile crisi energetica ha investito il Paese, travolto da un’impennata dei costi dell’energia e dai continui shut down della rete. Secondo gli esperti le due cause principali sono i bitcoin e i sussidi ai combustibili fossili.

I prezzi dell’energia sono aumentati in molti Paesi (anche qui in Italia ove da questo mese di gennaio 2022 ci sarà un rincaro del +55% per la luce e del 41.8% per il gas).

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In Kazakistan tutto ciò, nonché i continui distacchi della rete, ha provocato rivolte in piazza violentissime con morti e feriti. Nel Paese ex-URSS, secondo gli esperti, la situazione è guidata principalmente ai massicci investimenti nelle criptovalute nonché ai sussidi ai combustibili fossili concessi anche molto recentemente, nonostante gli impegni presi nelle COP degli ultimi anni.

I sussidi ai combustibili fossili

Gli ultimi dati dell’OCSE e dell’AIE mostrano che il sostegno generale del governo ai combustibili fossili è diminuito nel 2020, ma questo è stato principalmente il risultato meccanico del calo dei prezzi e della domanda del carburante poiché la pandemia di Covid-19 ha portato a una pausa nell’attività globale – riportava già a novembre 2021 una nota dell’OCSE (Organisation for Economic Co-operation and Development) – Nell’attuale clima di aumento dei prezzi dell’energia, si prevede che i sussidi al consumo aumenteranno nuovamente nel 2021, aiutati da un aumento dell’attività economica. In effetti, l’IEA (International Energy Agency) stima che i sussidi al consumo raddoppieranno più del 2021 a causa dell’aumento dei prezzi del carburante e del consumo di energia, insieme all’esitazione sulle riforme dei prezzi dei combustibili fossili

Ma la cosa più assurda è l’evidente contraddizione con gli impegni presi alle COP degli ultimi anni.

Nonostante l’impegno del 2009 dei paesi del G20 di eliminare gradualmente i sussidi inefficienti ai combustibili fossili – tuona ancora l’OCSE – le principali economie continuano a sostenere la produzione e il consumo di carbone, petrolio e gas naturale con centinaia di miliardi di dollari USA ogni anno, denaro che sarebbe meglio speso per lo sviluppo di bassi consumi. alternative al carbonio e il miglioramento dell’efficienza energetica

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Tra l’altro i sussidi ai combustibili fossili, oltre a ostacolare l’introduzione di fonti di energia rinnovabile e meno inquinante, sono un modo inefficace per sostenere le famiglie a basso reddito e tendono a favorire le famiglie più ricche che utilizzano più carburante ed energia. Inoltre, gli oneri fiscali delle sovvenzioni riducono lo spazio per azioni politiche adeguate.

E questo è particolarmente problematico per il Paesi emergenti, ove la forbice tra le famiglie a più basso reddito e quelle più abbienti aumenta ancora di più, e queste sovvenzioni ostacolano ancora di più che nei Paesi avanzati gli sforzi per ridurre i disavanzi di bilancio e competono con altri bisogni, come la spesa pubblica per strade, scuole e assistenza sanitaria.

Come riporta un’analisi di Reuters, la riduzione dei costi complessivi delle sovvenzioni maschera l’importanza delle sovvenzioni ai combustibili fossili nei mercati emergenti. Le Nazioni più ricche produttrici di petrolio come il Kuwait, gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita hanno sovvenzionato combustibili fossili per un importo di quasi $ 500 pro capite nel 2020, secondo i dati dell’Agenzia internazionale per l’energia. E in Kazakistan, in particolare, tali sussidi rappresentano il 2,6% del PIL.

Gli investimenti nelle criptovalute

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©Cambridge Bitcoin Electricity Consumption Index

Il Kazakistan, inoltre, è stato letteralmente invaso da investimenti in bitcoin: secondo quanto riportato da un’analisi del Financial Times, nel Paese ex-URSS si sono trasferite in pochi mesi almeno 87.849 aziende che trattano criptovaluta, soprattutto dalla Cina.

Come è noto da tempo, le attività in bitcoin, oltre ad essere produttrici di un’enorme quantità di rifiuti, sono ad altissimo impatto energetico, e questo può aver contribuito al rialzo dei prezzi degli idrocarburi, liberalizzati dal governo kazako proprio a partire dal 2022.

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E non solo rialzo dei prezzi, anche continui black-out della rete, che hanno contribuito a loro volta alle rivolte.

Tra l’altro, un’altra analisi del Financial Times riporta che nel 2021 è stato investito un record di 14 miliardi di dollari in criptovalute legate alla criminalità.

Non solo Kazakistan

Le rivolte sociali legate ai problemi energetici sono particolarmente frequenti nei Paesi emergenti, e questo è un dato di fatto dovuto probabilmente alle condizioni economiche già critiche e quindi un clima di tensione di base.

Ma, come riporta ancora Reuters, molti analisti prevedono un aumento dei disordini sociali un po’ ovunque. E in tutto il mondo, le rivolte, gli scioperi generali e le manifestazioni anti-governative sono già aumentate del 244% nell’ultimo decennio, secondo il Global Peace Index 2021, che prevede come il cambiamento delle condizioni economiche in molti Paesi aumenterà la probabilità di instabilità politica e manifestazioni violente.

È davvero questo il futuro che vogliamo?

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Fonti: Reuters / Financial Times / Cambridge Bitcoin Electricity Consumption Index / NetBlocks/Twitter

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Roberta De Carolis ha una laurea e un dottorato in Chimica, e ha conseguito un Master in comunicazione scientifica. Giornalista pubblicista, scrive per GreenMe dal 2010.

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